
Lo scorso 31 agosto abbiamo pubblicato una riflessione su pregiudizi e stereotipi https://cnoas.org/pregiudizi-e-stereotipi-vita-e-riflessioni-di-unassistente-sociale-prima-parte/, ci torniamo con un’altra esperienza della stessa assistente sociale
“Il mio etnocentrismo torna ad essere messo alla prova quando, circa due anni fa, collaboro come coordinatore del Servizio Sociale ASST, con la collega del Servizio Sociale presente nell’Ospedale dell’Oltrepò.
Una famigliola proveniente dalla Costa d’Avorio approda nel paesino oltrepadano proprio dove ha sede l’Ospedale.
Mariam, Fofana, Aya chiedono assistenza presso il Pronto Soccorso: Mariam sta per partorire.
Il viaggio verso l’Europa di Mariam e Fofana (minorenne al momento della partenza) è durato alcuni anni. Partiti di nascosto da genitori e parenti, hanno lavorato come camerieri, addetti alle pulizie, soprattutto Mariam più grande di Fofana di alcuni anni. Il denaro serviva per vivere, ma soprattutto per pagare il viaggio.
Hanno viaggiato con autobus, auto, camion, hanno soggiornato in centri di accoglienza nei paesi africani, hanno pagato conoscenti e presunti “amici”, attraversato la Tunisia, la Libia e sono sbarcati sulle coste italiane.
Scappavano dalla loro terra dove non è concepibile che la coppia sia formata dal ragazzo, Fofana, più giovane della ragazza, Marian; dove sono ancora previsti matrimoni forzati che contemplano, in caso di diniego della donna, l’esclusione dall’eredità familiare, addirittura atti di violenza per la sua sottomissione alla tradizione; dove nelle zone rurali ancora oggi possono studiare soltanto i figli maschi…
Insomma entrambi erano alla ricerca di una vita dignitosa e hanno rincorso il mito del raggiungere un cugino in Francia, Paese di cui il parente e i conoscenti ne decantavano la bellezza, le molteplici attività lavorative e perché no, anche gli agi della vita di tutti i giorni.
Arrivati nel Centro di accoglienza italiano vi sono rimasti alcuni giorni: il sovraffollamento è stato il primo ostacolo per la permanenza, non era considerato un luogo sicuro per la piccola Aya e per Mariam in stato di gravidanza, non era facile convivere con altre persone totalmente diverse per stili di vita, religione…
In Ospedale la collega assistente sociale, subito coinvolta, si trova di fronte agli ostacoli amministrativi, la carenza di documentazione necessaria a garantire una legittima presa in carico in un paese europeo.
Un nucleo familiare formato da due adolescenti e da due minori: si ragiona insieme alla collega rispetto all’inserimento in una comunità di prima accoglienza nella zona dell’Oltrepò ma quale Comune avrebbe potuto sostenere i relativi costi secondo i regolamenti di Servizio vigenti? Si può immaginare una segnalazione al Tribunale per ottemperare alla richiesta amministrativa – per tutelare la minore e la neonata – ma perché se i due genitori appaiono adeguati nell’accudimento dei figli?
Mariam e Fofana non sono inadeguati quanto a capacità genitoriali…
Insomma si tratta di fare tornare i conti.
Allora con la collega pensiamo ad una scelta diversa e immaginiamo una alternativa che consenta anche di conoscere in maniera più approfondita tutta la situazione della famiglia, le loro risorse soprattutto. A livello istituzionale non riusciamo a reperire una soluzione, anche per i tempi pur dilatati dell’accoglienza ospedaliera e, anche se ormai da decenni diciamo che il Terzo Settore non è la stampella del pubblico, non possiamo che rivolgerci ad una Fondazione che da anni lavora per garantire pratiche di solidarietà, diritti umani e sociali, ed ha una rete di risorse ben consolidata sia nel territorio comunale sia con le istituzioni amministrative provinciali (Prefettura, Questura, etc.).
La Fondazione che gestisce la Casa di prima accoglienza e altre comunità educative è molto conosciuta in Lomellina, si occupa principalmente di cooperazione internazionale e di solidarietà sociale e continua anche oggi ad essere un riferimento per le altre realtà di volontariato del territorio, presenti e attive, consentendo lo sviluppo di alleanze costruttive a favore dei più fragili, degli anziani, delle famiglie con difficoltà, etc.
La collega del Servizio Ospedaliero attraverso la dimissione protetta favorisce l’inserimento del nucleo familiare nella Comunità di accoglienza e io mi attivo con la collega del consultorio familiare di competenza della zona per una presa in carico sia di Mariam che della neonata Aicha, che delle vaccinazioni della piccola Aya.
Il percorso dei documenti a livello burocratico diventa uno degli obiettivi costanti e fondamentali di cui si occupano sia gli operatori della Comunità sia gli operatori consultoriali per garantire al più presto l’autonomia come nucleo familiare, l’integrazione sociale, lavorativa, scolastica nella comunità locale.
Mariam si occupa a tempo pieno di Aicha , cura l’alloggio con molta attenzione , si integra con le altre mamme della Comunità, aderisce al supporto emotivo proposto dalla psicologa della Comunità.
Aya viene iscritta alla scuola materna e frequenta con molto interesse, impara la lingua italiana in fretta, termina il suo percorso vaccinale, si concede la possibilità di avere finalmente delle amiche.
Fofana svolge attività di volontariato presso la Fondazione, in attesa di avere i documenti necessari per la ricerca di un lavoro; svolge anche piccoli lavori di manutenzione in paese grazie all’aiuto dei volontari e di amici della Fondazione.
E’ una intera comunità che fa accoglienza sia dei genitori che delle bambine, non si gira dall’altra parte, abituata, come dicevo sopra, all’incontro con “lo straniero”; frequentano la parrocchia e ci tengono a battezzare le bambine in un grande festa preparata dalla Casa di accoglienza.
Mi chiedono di essere la madrina delle bambine e qui nasce il dilemma etico se accettare o meno questa loro “investitura”. Ora il nucleo è seguito da altre colleghe, io, professionalmente, non sono più coinvolta, sono soltanto parte di quella comunità accogliente e alla fine sciolgo il dilemma accettando di fare la madrina di Aya e Aicha.
Il percorso di crescita di Mariam e di Fofana, nella nuova realtà comunitaria, però assume forme diverse:
Mariam frequenta il corso di alfabetizzazione per stranieri, approfondisce la conoscenza con alcune insegnanti, si fa delle amiche con le quali condivide l’arte del modellare le treccine africane, si occupa delle bambine, impara a spostarsi con i mezzi pubblici dalla città ai paesi, compera il vestito tipico ivoriano per andare alla festa di chiusura della scuola materna, dimostrando un grande rispetto per quell’evento.
A volte ci stupiamo per i viaggi che si sobbarca con le bambine al seguito, per andare dalle amiche o a fare compere al mercato, noi, abituati ad avere l’auto per il minimo spostamento: ma come ci diciamo io e la psicologa della comunità “cosa vuoi che siano per lei che ha attraversato mari e monti e deserti…”
Fofana, prova diversi lavori, e qualche volta si incappa in una discriminazione come straniero rispetto alle opportunità di lavoro: pagato poco o in ritardo, con turni difficili… Finalmente trova una collocazione stabile e ben retribuita, entra in contatto con altri coetanei del paese e del corso di alfabetizzazione e scopre l’adolescenza che non aveva vissuto.
Un ragazzo più che un padre…piano piano anche loro due si allontanano e decidono di proseguire la loro strada separati.
Ad oggi abitano in due appartamenti distinti e continuano a vedersi come genitori di Aya e Aicha. Stanno ancora “misurando” come far crescere questa nuova situazione fra di loro, che contempla nuovi impegni, nuove responsabilità, nuove modalità relazionali.
Io sono ancora presente nelle loro vite, soprattutto in quelle di Mariam, Aicha e Aya.
C’è molto ancora da raccontare, ma mi fermo qui. La Fondazione, l’intera collettività locale ha accolto Mariam, Fofana e le loro creature e questa storia lega me a loro e a questa comunità
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Antonella Albrigoni, Lombardia
