
Il pregiudizio è sempre pronto a condizionare i nostri comportamenti e atteggiamenti verso l’altro, il diverso per colore, cultura, religione; esso è talmente radicato in noi che a volte sfugge al nostro controllo e si presenta così con tutte le sue conseguenze. Queste sono variabili a seconda di chi subisce il pregiudizio: se la persona è ben integrata nel tessuto sociale lo vive senza drammi, anzi dà una lezione di vita, proseguendo per la sua strada con la dignità di cittadino se, invece la persona non ha ancora trovato la sua collocazione nello Stato di arrivo, ne può scaturire un grosso conflitto relazionale.
Un evento che mi è capitato diversi anni fa è rimasto impresso nella memoria come emblematico di quanto anche un’assistente sociale, seppur dotata degli strumenti necessari, possa cadere nel tranello del pregiudizio o dello stereotipo, impresso nella mente, nascosto ma pronto a rivelarsi.
Arrivata al parcheggio sotterraneo della stazione metro di Bisceglie, dopo essermi recata in Tribunale per servizio, mi accingo a pagare il biglietto all’apposito distributore automatico. Traffico con biglietto e monete, finalmente arriva la ricevuta e qualche moneta di resto. Con la coda dell’occhio vedo un uomo di colore avvicinarsi al distributore, mi viene istintivo offrire qualche moneta avanzata e nello stesso istante ricevo un rifiuto pacato e deciso: “no grazie” … accompagnato da un sorriso…
Lo stupore della risposta mi porta a girarmi e guardare bene la persona: completo grigio, camicia azzurra, cravatta e ventiquattr’ore!
L’imbarazzo che mi colse fu tremendo. Proseguimmo verso l’interno del parcheggio per raggiungere le auto e ci ritrovammo al pagamento alla sbarra: la sua auto prestigiosa diceva tutto del suo status. Mi sorrise e mi lasciò alla mia Panda aziendale.
Per quanto era capitato cercai giustificazioni: la fretta, avevo solo intravisto, avevo l’attenzione al distributore per il pagamento, forse, anche, ma il pregiudizio mi aveva giocato un bruttissimo scherzo: l’equazione “nero= straniero= chiede la carità”, il “non bianco” con il “non cittadino”, figuriamoci pensarlo manager…
Nei giorni seguenti mi ritrovai a pensare e ripensare a quanto accaduto e mi trovai a fare alcune considerazioni:
– L’influenza delle tradizioni, delle mie esperienze di vita, familiari, scolastiche, amicali, le scelte politiche e istituzionali, il ruolo dei media con le notizie allarmanti sulle ondate migratorie.
E dunque quanto queste notizie distorte siano potenti nell’influenzare le opinioni delle persone, delle famiglie, delle comunità.
– Non è vero che gli operatori professionali sono “culturalmente” neutri e non è possibile pensare che la relazione d’aiuto si giochi semplicemente cercando di riferirci alla cultura dell’altro – immigrato – che ho di fronte; quante volte gli operatori concludono le frasi dei loro interventi affermando “sì, sai perché bisogna pensare che nella loro cultura … ”.
Qui le culture in ballo sono due: la mia e l’ altrui ; e soltanto facendo approfondimenti antropologici o formandosi attraverso un approccio interculturale possiamo immaginare di superare l’idea che ciascuno di noi, persona o operatore, ha rispetto al fatto che il metro di misurazione sono i nostri valori, le nostre idee, le nostre abitudini, le nostre tradizioni. Insomma siamo tutti “ macchiati di etnocentrismo…”
Bisognerebbe rispolverare i libri di antropologia culturale per evitare di interpretare in maniera distorta il linguaggio e i comportamenti del “nuovo” che ci sta di fronte.
– Conoscere e “riconoscere” una persona : questa specifica ci fa capire che possiamo conoscere differenti aspetti di una persona, ci facciamo un’idea, ci affidiamo a quello che ne dicono gli altri nel quartiere, negli uffici pubblici , a scuola ( vedi le persone straniere che frequentano i corsi per assistenti familiari dove io insegno); si tratta però di un conoscere ordinario, superficiale che non riconosce l’unicità della persona, molto spesso “andiamo a pelle”, la etichettiamo e la rinchiudiamo nei nostri pregiudizi ( le donne cubane sono impulsive, le donne arabe stentano a fidarsi delle altre compagne, le donne dell’Ecuador sono molto intraprendenti…) . In realtà non ci siamo accorti di chi è veramente quella persona, ci si ferma all’esteriorità e si rifiuta la novità della persona stessa .
Lo stupore che ci attiva quando succede l’incontro con l’altro: quell’incontro deve essere vivo e non abitudinale (Papa Francesco, 2025)
Vi racconterò un altro episodio del “mio etnocentrismo”, a presto!
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Antonella Albrigoni, Lombardia.
