“Smettiamo di odiare chi soffre!”, una riflessione su Avvenire

Ringraziamo Avvenire per aver dato spazio a questa nostra riflessione.

 

UNA PROPOSTA: SMETTIAMO DI ODIARE TANTO CHI SOFFRE

Di Gianmario Gazzi *

 

Giorni difficili per tutti, ma per qualcuno anche di più.

Basta guardarsi attorno. Ai confini e all’interno: nelle nostre comunità, nelle nostre vie e condomini. Ai valichi, alle frontiere, lasciamo bambini e adulti in balia di vento, onde, freddo e neve. Aizziamo cani, spariamo fumogeni, qualcuno inneggia sui social a fare di più per rimandare indietro persone che non hanno certo bisogno di nuove violenze o deprivazioni. In fondo, potevano star a casa loro, a far rivoluzioni contro tiranni, che non hanno accolto la nostra democrazia da esportazione.

 

In Europa, nella pancia del nostro continente, il virus che rimonta. Stringe d’assedio tutti, vaccinati e non.

 

Ma stringe nell’ angoscia ancor di più chi già anziano, debilitato, fragile o malato.

In questo mondo egoista oramai assuefatto all’odio, al commento da leone da tastiera e al titolo per vendere, leggiamo che, alla fine, sono solo anziani, sono solo persone oramai destinate, alla fine hanno già avuto tanto.

Non dimentichiamoci poi chi vive di aiuti. Quei poveri nostrani che in molti sono incapaci di guardare senza sospetto. Quelli che “i soliti furbetti”, quelli del “reddito metadonico” o criminale, quelli che “non vogliono lavorare”. Quelli che ci infastidiscono perché senza dimora dormono a sottozero in strada e… non sono decorosi.

Eppure, i poveri per l’ISTAT, sono un milione e mezzo di famiglie: tre milioni di persone.

In fondo, “se la sono cercata”, certo “potevano far di più”, “devono dare per quanto ricevono”, perché lo Stato mica può pagarti per star lì, magari a curare le ferite di una vita non proprio da influencer.

 

Potremmo, qui, aprire un vero dibattito sulla compressione dei diritti costituzionali e chiederci se la solidarietà va meritata, se la società non ha responsabilità nei confronti di chi è rimasto indietro.

 

Perché tutto questo rancore e odio per chi chiede aiuto, chi soffre, chi è fragile?

 

Ci sono sicuramente persone e studiosi che potrebbero leggere le dinamiche psicologiche di massa e dirci che il dolore altrui fa male, che non lo vogliamo vedere. Esimi sociologi, che ci spiegherebbero come sia, la nostra, una società egoistica ed edonista. Il brutto si rimuove, si rifugge, perché la nostra esistenza deve tendere all’affermazione di sé, non degli altri.

 

Dal punto di vista di un semplice assistente sociale, però, il tema è che abbiamo proprio rimosso pezzi interi della nostra biografia e della nostra idea di società. Una storia, quella dell’Europa e del nostro Paese, che si è basata su due principi straordinari: solidarietà e universalismo. Li abbiamo dimenticati, ma sono la base della nostra convivenza, del Sistema Sanitario Nazionale, di quello sgangherato Welfare che ci ha permesso di crescere, anche economicamente.

 

Arrivati qui, giustamente, qualcuno potrebbe chiedersi cosa fare, cosa è importante oggi iniziare a dire o chiedere. Da assistente sociale posso dire una cosa sola: non cadere nella assuefazione. Iniziamo a smettere di pensare, ad esempio, che tanto tocca a qualcun altro. Non cadiamo nella narrazione dei poteri forti e della comunicazione che rimuove i veri problemi. I primi a dover pensare e agire diversamente siamo noi: non giustifichiamoci dietro un grande vecchio che ci costringe.

 

Guardiamo in faccia chi soffre e proviamo a capire che potrebbe essere uno di noi, un nostro caro, un nostro amico.

Raccontiamolo nei nostri incontri, anche rischiando di essere noiosi, che di Welfare e solidarietà nelle ultime norme e decreti non c’è molto, che persino la norma contro la povertà, il RdC  viene usata come una clava per non perdere altri consensi o per acquistarne sbandierando il giro di vite sui controlli.

 

Si cambia, non con un “bla bla bla”, ma assumendosi delle responsabilità e dei rischi personali. Si cambia accettando i nostri limiti e le nostre paure. Guardiamo il mondo senza negare che può essere un posto molto brutto. Serve una contro narrazione che si basi su meno lustrini, filtri, trucchi e illusioni.  Non facciamoci ingannare dagli slogan, li usa chi deve guadagnare consensi o soldi. C’è un altro Paese, raccontiamolo e soprattutto, agiamo di conseguenza e costringiamo chi decide – in Italia, in Europa, nel mondo –  a non seminare odio per chi soffre.

 

*Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali