
Attacchi terroristici, terremoti e uragani, Covid, crisi economica, invasioni, guerre, bombe, stermini. Una esposizione ripetuta e continua in questi ultimi due anni, mese più, mese meno.
Certo, non tutte le persone reagiscono nello stesso modo alle situazioni di stress.
Certo, non tutto è stato vissuto direttamente.
Certo, non tutto ha coinvolto nello stesso modo.
Ma sappiamo che anche l’esposizione mediata, come può essere quella attraverso i giornali, la tv, i social, a fatti magari lontani può influenzarci.
In termini tecnici si parla di disturbo post traumatico da stress nel quale ci sono stati d’ansia, cattivi ricordi, spesso risolvibili in breve tempo se adeguatamente trattati. Ma ci sono anche effetti negativi a lungo termine, che si manifestano nella difficoltà a controllare le emozioni, in scatti di rabbia improvvisi, irritabilità, confusione emotiva, stanchezza, insonnia, ansia, depressione, senso di colpa. E ancora, disinteresse, distacco emotivo, tensione, difficoltà di concentrazione, problemi di memoria.
Non dico certo che abbiamo tutti un disturbo, non è neppure il mio lavoro fare diagnosi, però alle volte, quanto cerco delle ragioni, mi viene un po’ spontaneo dopo più di vent’anni di esercizio professionale nella salute mentale fare dei collegamenti con ciò che vedo quotidianamente.
E allora non sarà che siamo tutti così tanto provati e in difficoltà per quello che abbiamo vissuto in questi anni che fatichiamo a vedere l’altro? A fidarci? A provare empatia? Non sarà che siamo così stanchi da non riuscire a concentrarci e a riflettere sulle cose?
Da 44 giorni, tanti sono i giorni della guerra in Ucraina, ovunque, sul treno, in aereo, alla macchinetta del caffè, sull’autobus, in fila alla posta, in mensa in pausa pranzo, fuori da scuola aspettando i figli, si sentono frasi che suonano più o meno così. “Hanno bombardato una scuola”. “Ma no, era un edificio abbandonato”. “I russi stanno attaccando una centrale nucleare”. “Ma no, è già in mano a loro, sono gli ucraini che stanno cercando di riprendersela e rischiano di provocare esplosioni”. “Io proprio non capisco perché i rifugiati ucraini vengono accolti e gli altri no”. “Eh ma cosa dici, questi sono diversi”. E fino a poche settimane fa sentivamo le frasi sull’emergenza sanitaria, il Covid, i vaccini, le regole di distanziamento, il green pass, la crisi economica.
Non sarà, anche, che siamo così stanchi e provati da non essere in grado di ricercare tutte le informazioni necessarie per assumere una posizione razionale e quindi basata su fatti reali? O che, come accade spesso, non solo in questo periodo, mettiamo in contrasto gruppi o categorie ugualmente svantaggiati senza provare a riflettere sui veri problemi? Quelli di sistema per esempio. Tipo le politiche, le organizzazioni nelle quali lavoriamo, i cambiamenti nei legami, la nostra reale disponibilità a metterci in gioco, a segnalare cosa non funziona, a chiedere a gran voce un cambiamento.
Ma perché tutte ‘ste parole? Che c’entrano con le nostre storie della domenica?
Avrei più motivi ma voglio soffermarmi su uno, credo riguardi tutti noi.
Gli assistenti sociali quotidianamente nel corso dell’azione professionale sono sottoposti a numerosi fattori di stress. Sono quelli legati alle storie delle persone che incontriamo, al dolore, alla malattia, alla morte, alla solitudine, alla sconfitta, alle difficoltà organizzative, a politiche che riproducono le categorizzazioni, l’esclusione. Al continuo tentativo di lavorare per il cambiamento, con tutte le fatiche che questo comporta. In alcune situazioni al mancato riconoscimento.
Siamo quelli che, quotidianamente, lavorano trovandosi di fronte freddezza e disincanto, sfiducia e rabbia, negazione e paura. E in questi due anni, mese più o mese meno, oltre alle fatiche (e soddisfazioni, non penserei mai di negarle) del nostro lavoro ci sono stati per tutti noi i fattori di stress di cui ho scritto poche righe sopra.
Ho passato diverse notti insonni nell’ultimo mese. Alle volte mi chiedevo se davvero, come diceva Nietzsche “quando guardi a lungo nell’abisso, l’abisso ti guarda dentro”. Credo che guardarci troppo a lungo non equivalga a un viaggio senza ritorno. Però dobbiamo esserne consapevoli. Dobbiamo essere consapevoli del rischio e delle strategie per affrontarlo.
Gira tanto in questi giorni sui social una fotina con la frase “Me lo sono sempre chiesto: chi assiste gli assistenti sociali?”
Sta piacendo davvero tanto, si sprecano i commenti e i like.
Ma la domanda è seria. Chi si prende cura di chi si prende cura?
Fermiamoci a pensare. Prendiamoci del tempo. Prendiamoci cura di noi stessi. Chiediamo aiuto agli amici, ai colleghi, alla famiglia, a specialisti, se è il caso. Incontriamoci di nuovo in presenza, anche nei nostri convegni, ora che si può di nuovo fare in sufficiente sicurezza. E chiediamo aiuto anche alle nostre organizzazioni, non lo facciamo solo per noi, tra l’altro. Il cambiamento è inevitabile, anche positivo, ma cambiare senza accorgersene e in direzioni che non riconosciamo e apprezziamo può essere definitivo e irrevocabile.
Buona domenica colleghi e colleghe.
B.R. Piemonte
