
Era una giornata di lavoro faticosa e di corsa, come tante altre.
Ero in macchina di ritorno da una qualche incontro, non ricordo più quale, e nella mia testa mi preparavo al colloquio del pomeriggio con Sara.
Ero infastidita dal doverla incontrare, delusa dalla sua ricaduta nell’uso di droghe.
Cinque anni pensavo, sono passati cinque anni senza droga. Ha fatto nascere la sua bambina sana, l’ha cresciuta, si è costruita una famiglia, ha trovato un lavoro…
E ora? Ero molto arrabbiata con lei, ma di una rabbia forte e dolorosa che mi sovrastava.
Eravamo oltre la semplice “ricaduta” perché aveva deciso di lasciare la sua bambina e di mollare il percorso in comunità.
E quella rabbia mi faceva sentire una pessima assistente sociale.
Di fronte alla grande fragilità di Sara, di fronte alla sua scelta dolorosa, io non riuscivo ad essere empatica, mi sentivo molto giudicante. E lo ero.
Poi ho capito. Ho capito che quella rabbia non era per Sara, ma per quello che lei rappresentava.
Lei era stata una che ce l’aveva fatta.
Era tossicodipendente già minorenne eppure quando era rimasta incinta si era disintossicata per mettere al mondo una bimba sana. Fin qui tutto dimostrava che il mio lavoro difficile, faticoso, era un lavoro che vale la pena perché ero riuscita ad aiutare una persona. Avevo influito positivamente sulla sua vita, l’avevo aiutata a cambiare e a riscattarsi.
Ora il fallimento del suo percorso mi aveva tolto questa convinzione.
No, in realtà non ero arrabbiata, ero disperata. Era svanita la speranza che il nostro lavoro aiutasse le persone, che avesse un senso.
Quel pomeriggio è passato, ma ho voluto comunque raccontarlo per tutti quei colleghi che hanno attraverso momenti di sconforto, di crisi professionale come il mio di quel giorno.
Per dir loro e a me stessa di non disperare di fronte ai fallimenti, di continuare a lavorare con passione, con tenacia, perché ne vale davvero la pena.
Non sono riuscita ad aiutare Sara, ma la sua bimba sì.
Vive serena nella sua famiglia adottiva.
M.S. Emilia Romagna
Le storie pubblicate sono testimonianze dirette o raccolte, di vicende personali e/o professionali degli assistenti sociali. Non hanno la pretesa di essere esempi universali, né di suggerire soluzioni, ma di raccontare, per chi scrive, cosa significhi questo lavoro. Nelle emergenze nazionali e mondiali e nella quotidianità che, per questa professione, è sempre emergenza.
