Il puzzle di Irene. A 19 anni ha già visto tutto, troppo!

Ho la fortuna di avere una stanza per conto mio come ufficio, spaziosa e luminosa. Una fortuna davvero, perché la maggior parte di noi ha uffici minimi e spesso squallidi.

Ma andiamo oltre.

Nella mia stanza, in una normale mattinata di colloqui – una mattina precedente l’emergenza Covid che ha cambiato tutto – si presenta la ‘Sig.na Irene’ convocata per la detenzione di 2,5 gr di hashish e segnalata dalla Guardia di Finanza durante un concerto.

Non ha voglia di parlare, non capisco se è più imbarazzata o più scocciata di dover essere lì davanti a me, un’assistente sociale dello Stato.

E’ minuta, coi capelli lunghi e castani, sembra una bambina, nonostante abbia 19 anni.
Provo a farla parlare, la prendo larga e le chiedo se ha avuto problemi a trovare gli uffici della Prefettura (vedo dal suo fascicolo che abita in un paesino). Risponde che oggi non è difficile raggiungere nessun posto, con Google Maps.

Allora provo a parlare della segnalazione e del concerto. Sul concerto si anima, dice che segue quel cantante da tanto tempo, da quando non lo conosceva nessuno, che sa tutte le canzoni a memoria e che neanche i Finanzieri sono riusciti a rovinarle la serata.
Allora continuiamo un po’ a parlare di musica, poi mi dice che, però, si certo, la segnalazione è stata proprio una scocciatura.
Ma io non lo so che tutti fumano?
Parliamo del procedimento in Prefettura, delle possibili conseguenze amministrative per lei. Mi dice che le sa, che sa tutto, che ha letto ogni cosa su internet.

Le chiedo se i suoi genitori siano al corrente della segnalazione: mi guarda più intensamente, e mi risponde, con un’aria che mi sembra quasi di sfida, che non lo sa nessuno.

Lei vive con la sua mamma, i suoi genitori si sono separati prima che lei nascesse.

Suo padre era un tossico, dice proprio così, e mentre lo dice io capisco dal cognome anche chi possa essere, e sua mamma ha avuto problemi di alcolismo. Ora lavora facendo i turni e non ha tempo per star dietro a lei.

Ci sono anche altri fratelli, mi sembra di capire, ma non vivono con loro.

Poi di nuovo si chiude.

Allora le chiedo se ha conosciuto altre assistenti sociali prima di me e lei risponde che si, ha conosciuto quella del Comune, quella del Tribunale per i Minorenni e anche quella del SERT.

Ora capisco meglio la sua riluttanza!
C’è questo dolore degli adulti, di chi non riesce a stare al passo o sopravvive a malapena. Quel tipo di sofferenza che riconosci dall’odore, che è così spessa che si potrebbe tagliarla.
E poi ci sono i loro figli, che si ritrovano addosso il peso di queste difficoltà e tutte le istituzioni che si mobilitano per aiutare, stimolare, favorire, controllare.
Irene è qui in mezzo. Immagino un po’ la sua situazione, uguale e diversa rispetto a tante altre che ho conosciuto e che tutti i Servizi Sociali affrontano ogni giorno.
E penso: quanti servizi, quanti operatori, quanti interventi. Ognuno fa il suo pezzetto, e magari lo fa anche bene! Ma Irene è una.
Che impressione avrà di noi tutti?

E’ un po’ come quando siamo malati e abbiamo una malattia seria, che richiede più figure professionali: lo specialista però non parla col nostro medico curante, che non collabora col fisioterapista, che non si relaziona con lo psicologo…e via così. E il paziente si sente spezzettato, reclama la sua interezza, vorrebbe essere visto da tutti quelli che lo curano, una volta sola magari, ma tutti insieme!
Nell’ambito sociale questo avviene più di rado, per fortuna, proprio perché gli assistenti sociali, direi per costituzione, parlano e collaborano tra loro, ma non sempre lo fanno anche i loro Servizi e ci vorrebbe uno sguardo più alto.
Bisognerebbe riuscire ad andare oltre.

Le dico come si definisce per ora il procedimento amministrativo, lei si lamenta un po’, poi ci salutiamo.
Forse la rivedrò un’altra volta, ma ho la sensazione di non essere riuscita a toccare nulla di lei.

A 19 anni ha già visto e vissuto tanto, troppo. Chissà se ce la farà, lei, ad andare oltre.

E. M. TOSCANA


Le storie pubblicate sono testimonianze dirette o raccolte, di vicende personali e/o professionali degli assistenti sociali. Non hanno la pretesa di essere esempi universali, né di suggerire soluzioni, ma di raccontare, per chi scrive, cosa significhi questo lavoro. Nelle emergenze nazionali e mondiali e nella quotidianità che, per questa professione, è sempre emergenza.