“Dalla Sanità alla Salute, la politica, tutta, capisca cosa serve”

Siamo, con la presidente, Barbara Rosina, alla festa de l’Unità di Terni, su invito della responsabile salute del PD,  Marina Sereni, perché, dopo anni e anni in cui abbiamo parlato soprattutto di sanità, finalmente stiamo parlando di salute. La sfida, oltreché culturale è anche politica. E con chi fa politica, senza distinzioni, abbiamo parlato e dobbiamo, vogliamo parlarne.
“Parlare di salute significa riconoscere che non possiamo fermarci all’approccio clinico e terapeutico e alla presa in carico dentro i servizi. La salute delle persone ha a che fare anche con le loro condizioni di vita, con le relazioni, con il reddito, con l’abitare, con la possibilità di accedere alle risorse e di non essere lasciate sole – ha detto la presidente Cnoas, intervenendo alla tavola rotonda del 30 agosto su “La nuova sanità territoriale e le Case della Comunità: prevenzione, prossimità, presa in carico” – Per questo, quando abbiamo letto per la prima volta il DM 77, abbiamo visto il riconoscimento di un approccio che le professioni e i servizi conoscono da tempo: quello della multidimensionalità dei bisogni e dell’interdisciplinarità delle risposte. Il punto, oggi, è riuscire a trasformare quel principio in organizzazione, pratiche professionali e servizi realmente capaci di stare nei territori”.
Sottolineando che le Case della comunità stanno iniziando a prendere forma, Rosina ha posto l’accento sulle differenze molto significative tra Regioni, tra territori e persino all’interno delle stesse grandi aziende sanitarie.
Bisogna “cambiare modello – ha detto – e questo significa essere disponibili a cambiare anche il modo di lavorare di noi assistenti sociali. Significa formarsi insieme: medici, infermieri, assistenti sociali, professionisti della riabilitazione. Significa costruire un rapporto vero con il Terzo settore e con le comunità. E significa anche avere il coraggio di ripensare le relazioni interprofessionali e le relazioni di potere tra le professioni”.
Vista l’occasione e gli interlocutori, la presidente dell’Ordine ha ribadito:
“Abbiamo bisogno di un maggiore riconoscimento pubblico delle professioni della cura e della salute.
Nel Servizio sanitario nazionale ci sono oggi circa 6.000 assistenti sociali.Nei prossimi dieci anni una quota molto rilevante di questi professionisti, poco meno del 50%, raggiungerà l’età pensionabile. È una dinamica che si inserisce in un problema demografico più generale, ma che per noi pone una domanda precisa: chi lavorerà nei servizi di domani?
Il problema dell’attrattività delle professioni della cura non riguarda soltanto noi. Riguarda il futuro del nostro sistema di welfare. Se i giovani non scelgono più queste professioni, dobbiamo interrogarci sul loro riconoscimento sociale, sulle condizioni di lavoro, sulla formazione, sulle responsabilità richieste e sulle prospettive che siamo in grado di offrire.
Per questo credo che dovremmo iniziare a immaginare anche strategie pubbliche di promozione delle professioni della cura. Non possiamo limitarci a registrare tra qualche anno che mancano medici, infermieri, assistenti sociali o altri professionisti: dobbiamo occuparcene adesso. E per riuscirci servono organizzazioni diverse, comunità coinvolte, professioni capaci di riconoscersi reciprocamente e una politica che abbia il coraggio di investire sulle persone che, ogni giorno, rendono concreto il diritto alla salute”.