
Sistemando le cartelle in archivio del Servizio Sociale Ospedaliero, ne ho ritrovata una particolarmente attuale. Avevo conservato anche alcune pagine del Corriere della Sera dove la notizia era comparsa in prima pagina con un titolo ad effetto “Tolta la figlia ai genitori vegetariani”.
Sebbene sia una storia di ben 26 anni fa, risulta essere quanto mai attuale.
Ieri come oggi la storia aveva posto interrogativi sulla libertà di scelte di vita che taluni genitori fanno e che coinvolgano necessariamente i propri figli.
Correva l’anno 1999 e in Pronto Soccorso Pediatrico arrivava, una bambina di poco più di un anno accompagnata da entrambi i genitori, due giovani professionisti, appartenenti al ceto medio. Il “sintomo” per il quale avevano portato la figlia in ospedale, su consiglio della pediatra di base, è la grave e progressiva ipotonia della bimba: sembrava come “una bambola di pezza”. Come di consueto la bimba fu sottoposta ad una serie di esami ed indagini strumentali dove emergeva un quadro preoccupante con una risonanza cerebrale patologica. Veniva approfondita la sua storia e, senza dilungarmi ulteriormente, si riesce a comprendere il motivo per il quale la bimba arriva in questa condizione: i genitori non erano semplicemente vegetarian,i ma erano vegani, in particolare la madre lo era ormai da molti anni. La mancata assunzione di proteine animali infatti espone alla carenza di vitamina B12, fondamentale per lo sviluppo del sistema nervoso centrale.
Ricordo i lunghi colloqui dove i medici illustravano la situazione ai genitori proponendo loro i necessari interventi e le indispensabili integrazioni alimentari cercando la loro fondamentale e fattiva collaborazione. Ricordo come, davanti ai loro rifiuti e al rischio che firmassero le dimissioni contro parere medico, si era dovuto ricorrere alla segnalazione al Tribunale per i Minorenni a tutela della bambina. Nonostante i segni evidenti di debolezza muscolare della bambina, che erano stati colti dagli stessi genitori e confermati dalla pediatra di fiducia, nonostante riscontri clinici e strumentali, nonostante una diagnosi certa, questi genitori rimanevano arroccati e convinti nella loro scelta alimentare. Scelta indiscutibilmente presa per motivi etici e salutisti ma che aveva avuto ripercussioni importanti sulla figlia.
Anche allora il tribunale era intervenuto: non era stata “tolta” la bambina, ma era stata limitata la responsabilità genitoriale e date prescrizioni ai genitori.
E questi genitori, intransigenti e rigorosi, solamente dopo l’intervento di una “autorità” superiore che dava regole, lentamente e progressivamente hanno iniziato ad essere collaborativi.
Erano altri tempi, i social non erano ancora così intrusivi, ma era stata una notizia che aveva interessato le testate giornalistiche occupando anche molto spazio. Allora come oggi la domanda era la stessa: fino a dove possono giungere le istituzioni senza interferire nella libertà di un padre e di una madre? Nell’interessante articolo “Se lo Stato fa il papà” ritrovo riflessioni attuali come che “appare paradossale che, sia lo Stato – nelle vesti di un Tribunale – a dover imporre buon senso a dei genitori, costringendoli a rinunciare ai loro estremismi.”
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Alessandra Spinelli, Lombardia
