Rapporto Ocse. Integrazione sociosanitaria e casa, medicine e soldi non bastano

Perché è importante sviluppare un sistema integrato di cura rivolto alle persone non autosufficienti? Quale modello di governance, anche guardando agli atri paesi Ocse, può favorire il coordinamento tra i diversi livelli di governo e tra pubblico e Terzo Settore in Italia? E quali ostacoli complicano, a livello locale, il coordinamento tra le diverse figure coinvolte nelle attività di assistenza? Quali passi vanno intrapresi per strutturare sistemi informativi e modelli di servizio integrati tra l’ambito sanitario e quello sociale? Quali pratiche sono considerate più rilevanti e innovative a livello internazionale?

Tante domande e una risposta prima delle altre: i sistemi che funzionano davvero sono quelli in cui il sociale e il sanitario lavorano insieme, in modo integrato, continuativo e orientato alla persona.

Mettiamo a disposizione di ogni assistente sociale il rapporto pubblicato nelle scorse settimane OECD (2025), Verso un’integrazione strutturata e sistemica delle cure domiciliari per non autosufficienti in Italia (OECD Publishing, Paris, https://doi.org/10.1787/d2c8dfe5-it):
Lo studio – finanziato dall’Unione Europea, con la collaborazione del Ministero della Salute, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, l’Istituto Superiore di Sanità, l’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali ed il Programma Mattone Internazionale con il contributo di regioni e province autonome, aziende sanitarie locali, enti comunali, terzo settore, enti privati e ricercatori accademici – ha individuato buone pratiche in Italia e all’estero, interrogandosi sulle principali innovazioni e sui possibili ambiti di miglioramento.
Negli ultimi anni l’OCSE ha osservato con attenzione come i diversi Paesi stiano cercando di rispondere alla crescente complessità dei bisogni legati all’invecchiamento, alla cronicità e alla fragilità sociale. La casa, nel rapporto non è vista solo come un luogo fisico, ma come il nodo principale della vita delle persone, dove si intrecciano autonomia, relazioni, rischi, risorse, solitudine, reti familiari e comunitarie. È per questo che molti Paesi stanno investendo nell’assistenza domiciliare integrata: perché permette di sostenere le persone lì dove vivono, con interventi più tempestivi, più umani e spesso anche più efficaci.
Un elemento particolarmente interessante del rapporto, riguarda il case management.
L’OCSE mostra che quando la presa in carico viene coordinata da figure capaci di tenere insieme i diversi servizi, i risultati migliorano per tutti: per la persona, per la famiglia e per l’intero sistema.
È una conferma importante del valore del servizio sociale professionale nella costruzione di percorsi coerenti, che non lasciano sole le famiglie e garantiscono continuità tra ospedale, territorio e comunità.
Il documento evidenzia anche un punto critico che riguarda da vicino l’Italia: il rischio di un sistema ancora troppo centrato sulle prestazioni monetarie e troppo poco orientato al progetto individuale
“ È un nodo che conosciamo bene anche nei nostri servizi: le persone non hanno bisogno soltanto di aiuti economici o interventi sanitari, ma di un accompagnamento in grado di leggere il contesto, riconoscere le risorse, attivare reti, sostenere la partecipazione e costruire soluzioni personalizzate.
Le indicazioni dell’OCSE vanno nella stessa direzione che il CNOAS porta avanti da tempo – dicono la presidente Barbara Rosina e la vicepresidente Mirella Silvani – Rafforzare i servizi sociali territoriali e il servizio sociale professionale nell’ambito sanitario e sociosanitario, consolidare i LEPS, valorizzare le équipe multidisciplinari, investire in prossimità e integrazione sviluppare nuove e specifiche competenze professionali nell’ambito della non autosufficienza e nelle cure integrate nella formazione universitaria e nella formazione post-laurea e continua”.
In Italia e nei 38 Paesi Ocse, ricorda il rapporto, la salute non è mai soltanto una questione clinica o economica: “L’integrazione sociosanitaria – concludono – è una necessità concreta per tutelare la dignità delle persone più fragili e costruire un welfare capace di rispondere alle sfide del nostro tempo”.

Leggi lo studio