La lupa di Bibbiano…chi rompe non paga mai!

Sono passati cinque anni dall’esplosione del “caso Bibbiano”, l’Armageddon dei servizi di protezione dei minori.
Oggi ci si divide: c’è chi non vuole più sentirne parlare, chi vuole lasciarsi alle spalle la fatica, la rabbia e le umiliazioni provate e chi dice “vi parliamo di Bibbiano” e delle sue conseguenze. Io faccio parte di questo secondo gruppo

Parliamo dunque di quelle colleghe e di quei colleghi, del tutto scagionati dalla magistratura della Repubblica, che hanno dovuto vendere la casa e contrarre debiti per potersi assicurare una difesa legale.
Parliamo di loro, che hanno ricevuto insulti e minacce e che hanno temuto per l’incolumità propria e dei figli, parliamo della loro professionalità ormai compromessa e difficilmente recuperabile, parliamo della loro fiducia verso l’altro, elemento indispensabile ed essenziale nella nostra professione, ormai venuta meno. Parliamo della loro fatica e depressione durate anni, di saluti tolti e di gelo tra i vicini di casa, di parole sussurrate e occhiate feroci dei genitori dei compagni di classe, di cambi di marciapiede e sguardi bassi, di un sentimento di “fuori posto” senza nessuna ragione.

Non parliamo invece del processo, perché ancora è in corso, ma da cui sta emergendo uno scenario inimmaginabile che sembra una trama del più complesso thriller, in cui però è chiaro che il sistema dei servizi di protezione dei minori stava lavorando al meglio proprio per proteggere i bambini. Una verità giuridica in cui il Servizio Sociale non è il lupo cattivo, ma piuttosto indossa i panni della lupa che protegge i piccoli anche a costo di scontrarsi con il capobranco. Un processo che, arrivati ad oggi, sta ribaltando tutte le sentenze e mettendo in luce ben altre responsabilità.

Ma alcune riflessioni è importante farle e farle insieme, sulle differenze tra il processo in un’aula di tribunale ed il processo mediatico, sulle parole di chi non ha elementi per valutare ma ha immagine e voce per giudicare e questa voce la usa, male, a sproposito, con l’intento di annientare e radere al suolo i servizi di protezione dell’infanzia. C’è da chiedersi il perché.

Perché questa volontà di inventare fatti e costruire narrazioni cruente per dare vita ad una caccia alle streghe?

Ancor più interessante sarebbe poter analizzare gli effetti che “l’affair Bibbiano” ha portato nei servizi e nella conseguente reale capacità di assolvere ad un mandato istituzionale che, ufficialmente, nessuno ha ancora cambiato: la protezione ed il supremo interesse dei minori. Da assistente sociale con tre decenni di servizio alle spalle mi augurerei anche solo di poter collaborare per assicurare, ad ogni singolo minore, il miglior interesse in quella precisa situazione, tuttavia, la nostra legge parla ancora di superiore interesse e a questo dobbiamo tendere.

Dal punto di vista giurisprudenziale qualcosa però è cambiato, la riforma Cartabia ha di fatto chiesto ai servizi di lavorare con la clessidra in mano, dimenticandosi tuttavia che il primo obiettivo dei servizi è quello trasformativo. Attivare una trasformazione delle fragilità genitoriali è l’unico modo per non rendere vano ogni intervento, ma le trasformazioni necessitano tempo, sono misurabili con parametri legati al benessere familiare, sono lente da cogliere ed accogliere. Le tempistiche invece sono misurabili, sanzionabili e controllabili, ed il controllo dei servizi, non del benessere e della qualità di vita dei minori, sembra essere l’obiettivo di questa riforma post Bibbiano.

Nei giorni in cui il presidente Mattarella ha affermato “Ogni atto rivolto contro la libera informazione, ogni sua riduzione a fake news, è un atto eversivo rivolto contro la Repubblica”, viene immediato ed automatico chiedersi se questi atti eversivi che hanno creato una falsa narrazione su Bibbiano ed hanno indebolito l’intero Sistema di Protezione dei minori, oltre ad aver danneggiato pesantemente tanti operatori, troveranno mai una compensazione. Se la giustizia riparativa potrà, in qualche modo, riparare ai danni, restituire dignità alle professioni, ma soprattutto potrà ricreare un Servizio Sociale capace di proteggere i minori e non, come oggi a volte accade, teso a difendere se stesso. Per ora, ed è sempre di questi giorni l’ennesima giornata processuale che smentisce e smonta altre “verità” su Bibbiano, non è così.

Angeli e Demoni ha alimentato rabbia, fatto circolare informazioni false, cambiato il sentimento di fiducia verso i Servizi, portato bambine testimoni (falsi) sui palchi di manifestazioni di partito, prodotto lanci di strali da tutte, o quasi, le parti politiche. Ora che tutto si è smontato, nessuno ne parla, per leggere dell’ultima udienza del processo si deve cercare la notizia su riviste specializzate, “l’informazione non passa”, non fa audience, nessuno commenta. Nessuno propone, con la stessa solerzia che tanto ha distrutto, di riparare al danno.

Quando si ha a che fare con un processo mediatico, i media si elevano a suprema giuria, non esiste contradditorio, non esistono prove a difesa. Esiste solo il verdetto che resterà tale anche se un processo giuridico, quello con giudici e avvocati, dirà una cosa diversa e opposta.

Nel processo mediatico la frase “chi rompe paga e i cocci sono suoi” non trova riscontro, chi rompe non paga mai e i cocci rimangono a coloro che, in fin dei conti, sono le vere vittime.

E quindi parliamone, parliamo di Bibbiano, alcuni di noi sono interessati a farlo, “vi parliamo di Bibbiano”, quando volete e questa volta senza fake news o confirmation bias.

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Simona Regondi Lombardia