“E i Rom?”. “Proteggiamo senza pregiudizi, sempre”

Vi racconto una storia di ieri, per rispondere alle inutili e razziste provocazioni di oggi… “Perché non togliete i bimbi ai Rom?” Perché noi non “togliamo” bimbi a nessuno, noi lavoriamo in silenzio per proteggere chi non può farlo da solo e non guardiamo né al colore della pelle e né all’etnia o al gruppo sociale. Vi racconto dunque una storia di ieri, vi racconto di Ivana che da ragazza è diventata donna, che lavora, si è sposata e ha due figli.
Quando tutto cominciò, da pochi mesi un nucleo familiare di origine Rom, composto da padre, madre, sei figli, nonno e nonna, richiedeva costantemente aiuti economici al servizio sociale comunale che forniva gratuitamente, per la neonata ultimogenita, il latte ed i pannolini.
La scuola, a un certo punto, segnalò che i bambini andavano a scuola in maniera irregolare, ma la famiglia si oppose all’aiuto di una assistenza domiciliare ed erano iniziati degli episodi di disagio (il figlio più grande aveva chiamato i Carabinieri perché la madre era scappata). Segnalammo la situazione alla Procura presso il Tribunale per i Minori.
La madre, una sera di quell’inverno, finì in ospedale con varie ferite. Il figlio maggiore disse ad un Carabiniere che suo padre, ubriaco, l’aveva picchiata. Poi l’omertà. La madre negò le violenze ed il figlio ritrattò. La quiete durò pochi giorni. La madre tentò il suicidio. Ivana, la secondogenita, la trovò appesa ad una trave in cantina, ma riuscì a salvarla. La signora restò in coma 10 giorni, e ricoverata per molto tempo.
A seguito di questi fatti, i primi di febbraio, nonostante l’omertà della famiglia, si arrivò alla custodia cautelare in carcere per il padre, provvedimento revocato dopo pochi giorni per permettergli di continuare a lavorare, ma nel decreto fu stabilito che il padre dovesse vivere lontano dal nucleo familiare e vedere i congiunti soltanto con modalità protette. Il particolare permise al Servizio, che aveva relazionato costantemente gli sviluppi della situazione, di portare la famiglia fuori dal cascinale per ospitarla in un centro che permettesse al padre di stare in un luogo diverso da quello dei minori e al nucleo di vivere e parlare senza condizionamenti.
Quando il padre aveva ormai trovato per la sua famiglia una nuova casa, il giorno prima di partire, Ivana, con la quale si era riusciti a stabilire un rapporto profondo di fiducia, ci consegnò un diario in cui descriveva la verità: le violenze viste e subite ad opera del padre, le bugie che le era imposto di dire, la rassegnazione della madre, il sistema di gestione familiare e il condizionamento che il padre, telefonicamente, continuava ad esercitare. Quel giorno io e la collega accorremmo a parlare con lei. Era ormai primavera. Fu necessario un allontanamento immediato, ex 403 c.c.: la vennero a prendere, di nascosto, gli operatori di una comunità educativa. Io e la collega spiegammo agli altri familiari i motivi per cui Ivana non sarebbe andata con loro e ci vollero i Carabinieri per riportare la calma. Si trasmise quello stesso giorno, all’Autorità Giudiziaria, ciò che Ivana aveva scritto. Il Tribunale ratificò subito l’inserimento ed affidò la ragazza ai servizi sociali.
Ivana aveva 15 anni quando lasciò il suo nucleo familiare d’origine, e si integrò molto bene nella comunità educativa: iniziò un corso come addetta al ricevimento ed alla ristorazione, fece tirocini ed ovunque andasse le referenze di rimando erano positive. Potrei raccontare tanti aneddoti, di una storia lunga anni per esempio che Ivana aveva lasciato il suo nucleo familiare senza rivedere la madre, ricoverata in ospedale, e chiedeva di poterla rivedere, di sentirla di nuovo parlare.
Rileggo nel mio diario sociale che è conservato nella cartella ormai archiviata che la richiesta che Ivana mi fece fu quella di “vedere la mamma in piedi e che parla”, per poter chiudere una pagina della sua vita senza dover continuare a sognare sua madre a letto, immobile, spenta.
Si chiese al nuovo servizio comunale di riferimento della famiglia la disponibilità della donna, che arrivò solo a condizione (suppongo imposta) che ci fosse tutta la famiglia. Non ero molto favorevole, ma mi convinsi, e procedemmo all’incontro. Nonostante un atteggiamento scorretto di padre e fratelli, riuscimmo a condurre l’incontro in maniera decente. Al termine Ivana baciò la mamma, che usciva per ultima dalla stanza. La mamma, ferma, non ricambiò, ma accettò il bacio della figlia e se ne andò. Ivana, lo disse subito, ebbe ciò che le serviva per chiudere una pagina.
Nonostante tutto, non mancarono momenti belli: le promozioni a scuola, l’inserimento al lavoro, il permesso di soggiorno per attesa occupazione che le arrivò alla soglia dei 18 anni, la piccola proroga che l’Ufficio mi concesse per completare il progetto: farle finire la scuola e permetterle, a 18 anni e mezzo, di trovare una casa vicina al posto di lavoro. Il progetto riuscì.
Ho letto su un giornale locale che il padre di Ivana è stato di nuovo arrestato per violenze in famiglia, fatto per cui era già stato incriminato allora. La notizia non mi ha sorpreso.
Ivana, oggi, è una donna. Lavora, si è sposata, ha due figli.

E noi, ogni volta che saremo chiamati ad intervenire, continueremo a cercare di proteggere ogni bambina/o, in case, fattorie, accampamenti o ville. Applicando le leggi, aggiungendo la competenza, l’umanità e la discrezione che in troppi in questi giorni hanno dimenticato.
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Federico Basigli, Umbria