CSM e REMS: la sfida dei diritti anche per chi non ha casa

“Incapace di intendere e di volere”… quando ascoltiamo questa definizione applicata a  una persona colpevole di un reato, a volte la reazione è anche di rabbia quasi a non voler accettare che chi ha tolto la vita o usato violenza, possa avere una giustificazione di salute mentale.

La psichiatria forense, una scienza ausiliare della criminologia che spazia dalla giurisprudenza alla medicina, ha celebrato il suo XXVII congresso nazionale a Riccione e ha coinvolto anche noi, assistenti sociali, in un approfondimento dal titolo: “Autori di reato senza fissa dimora: aspetti sociali nella valutazione psichiatrica forense”.

“Marginalità sociale, povertà e condizione di senzatetto influenzano profondamente la psicopatologia degli individui, aggravando le problematiche legate alla capacità di intendere e di volere, alla pericolosità sociale e alla recidiva – ha detto la presidente Cnoas intervenendo –  Queste persone – che il resto del mondo etichetta a prescindere come pericolosi, delinquenti, indesiderati –  rappresentano una sfida per i professionisti della salute mentale e della giustizia perché non avere una dimora stabile, esacerba la vulnerabilità psichica, amplifica la difficoltà del trattamento psichiatrico e della valutazione forense e rende difficile una diagnosi accurata e un’adeguata gestione”.

Barbara Rosina, dopo essersi soffermata sul tipo di reati che coinvolgono chi non ha un luogo proprio da abitare, dopo aver illustrato il ruolo dell’assistente sociale nella riabilitazione e all’interno del Centro di Salute Mentale, si è soffermata sui compiti propri dei professionisti del sociale.

“Il nostro lavoro consiste nell’assicurare che anche queste persone abbiano accesso ai diritti fondamentali, come la casa, il cibo, l’assistenza sanitaria e il supporto economico. Spesso non hanno neanche i documenti necessari per accedere a questi servizi e la mancanza di un indirizzo fisso rendono difficile la possibilità di partecipare ai programmi di sostegno e riabilitazione, come quelli per la ricerca di lavoro o l’inclusione sociale. Se e quando riusciamo a fare questo, collaborando con l’équipe per la prevenzione della recidiva, dobbiamo monitorare costantemente il paziente, mantenendo un dialogo aperto con tutti gli attori coinvolti nel processo di cura”.

Dai Centri di Salute Mentale alle REMS (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza), dove non ci si limita a monitorare la pericolosità sociale del paziente, ma si lavora per facilitare il suo reinserimento nella società. “Qui come altrove, il nostro approccio umano e rispettoso della dignità del paziente, deve combinarsi con altre professionalità sanitarie, legali, di sicurezza, per produrre un accompagnamento continuo e multidisciplinare. E’ essenziale investire in formazione  – ha concluso Rosina – e migliorare la collaborazione tra i servizi coinvolti. Soltanto così riusciremo a rispondere efficacemente a questa complessa realtà nella quale i problemi di salute mentale sono aggravati e o prodotti da altre vulnerabilità o mancanze, a cominciare da quella di una casa dove stare”