
“Ci siamo veramente lasciati alle spalle la cultura dell’assistenza beneficenza per abbracciare la cultura dei diritti?”.
Una domanda provocatoria quella della vicepresidente Silvani che a Como, sull’altra sponda del Lago che la separa da Tremezzo – luogo dove quasi 80 anni fa vennero definiti i principi e i valori a fondamento della professione di assistente sociale – è intervenuta al convegno organizzato dal Croas Lombardia.
Rilanciare la professione partendo dallo spirito che animò allora chi riteneva superato il concetto di beneficenza per affermare che l’assistenza sociale è un diritto del cittadino per il benessere suo e della comunità. Rilanciare con il bagaglio, sempre più pesante, senza mai venir meno a impegni sanciti della Costituzione Italiana e nel Codice Deontologico dell’Ordine.
“Il nostro agire quotidiano e le organizzazioni nelle quali operiamo sono orientati alla ricerca dei modi per garantire i diritti dei cittadini ed equità sociale? – ha chiesto ancora Mirella Silvani a una platea attenta e partecipe – Da un’indagine tra gli iscritti di un paio di anni fa è emerso con chiarezza che la nostra professione ha come valore principale e obiettivo d’intervento, l’equità sociale. Per raggiungerla dobbiamo attrezzarci perché in tanti anni il Paese è cambiato e, non sempre, ci è stato concesso di cambiare anche noi”.
La vicepresidente ha richiamato tutti – Croas, Cnoas, enti locali, istituzioni, decisori – all’assunzione di responsabilità: “Ognuno per la sua parte – ha detto – Se siamo consapevoli del ruolo politico della professione, dobbiamo esigere innovazione e potenziamento delle conoscenze, attraverso la formazione a tutti i livelli. Per questo siamo impegnati nella riforma del percorso universitario, nella definizione delle risorse necessarie per mettere in campo azioni concrete a livello di singola situazione, per la valorizzazione e il riconoscimento del nostro ruolo in un Paese che ci chiede sempre di più, ma che non dà il giusto peso alle professioni di aiuto”.
Silvani ha concluso invitando le e gli assistenti sociali a riprendere lo spirito innovativo di Tremezzo, mantenendo anche uno sguardo critico verso se stessi: Non restiamo intrappolati in logiche autoreferenziali e difensive, apriamoci al confronto sicuri di quello che siamo, ma essendo capaci di negoziare e ricomporre”.
