
Si resta assistente sociale qualsiasi cosa si faccia e dovunque si faccia? Ne è certa Chiara Moliterni che racconta la sua esperienza di volontariato in Africa, presso l’orfanotrofio “Le Bon Arbre” a Pahou, un arrondissement del Benin nella città di Ouidah, che ospita 19 bambini, 9 femmine e 10 maschi.
Alcuni dei bambini sono fratelli e hanno storie differenti alle spalle di povertà, di malattie, di violenza e di morte. Dopo tragiche esperienze a “Le Bon Arbre”, viene offerto loro cibo, acqua, medicine, vestiti e l’opportunità di frequentare la scuola. “E non per ultimo un tetto sopra la testa – aggiunge Chiara – e tanto amore”.

Per arrivare a comprendere fino in fondo le riflessioni di Chiara, val la pena raccontare la storia di una delle bimbe dell’orfanatrofio che quest’anno compie 10 anni e proviene da una famiglia indigena.
La bambina, C. racconta l’assistente sociale volontaria, ha assistito a numerosi episodi di violenza perpetuati dal padre ai danni della madre che però tre anni fa decide di andare via di casa con la piccola e rifugiarsi dai suoi genitori. Dopo un primo tentativo del padre di riportarle a casa, nell’autunno di quell’anno, era il 2021, l’uomo le chiede di tornare a casa soltanto per prendere il mais e la famiglia della madre acconsente, ma senza la bimba. “È stato proprio quel giorno – racconta Chiara – che il padre di C. ha ucciso la madre con un machete e l’ha sotterrata nel terreno di famiglia. Non tutte le spoglie della donna sono state ritrovate, mentre l’uomo è scomparso ed è tutt’oggi ricercato dalla polizia. La bimba, allora è stata affidata alla zia materna, che la maltrattava, utilizzandola come schiava e non mandandola a scuola”.
In seguito alle denunce dei vicini di casa, la bimba è stata portata in orfanotrofio dove oggi vive.
“L’esperienza di volontariato in Africa – dice Chiara – può offrire un valore aggiunto significativo a chi svolge la nostra professione di assistente sociale. Per me questa esperienza ha rappresentato un momento di crescita personale e professionale, permettendomi di affrontare sfide e superare limiti personali, oltre a favorire lo sviluppo di nuove prospettive e strategie di intervento. In particolare, mi sono domandata come nelle valutazioni professionali rispetto le responsabilità genitoriali di persone africane sia facile incorrere in errori proprio a causa dei nostri retaggi sovente in opposizione con i principi e i valori di educazione e di genitorialità insiti nella cultura africana.
Non sono state poche le persone che mi hanno domandato se fossi partita per il Benin in veste di assistente sociale. Penso proprio di sì – risponde – E’ una veste di cui non ci può, a mio avviso, svestire quando non ricopri un ruolo, ma lo percepisci come parte della tua identità”.
