Voci dall’ospedale. Diario collettivo di assistenti sociali (prima parte)

Questo è davvero un “Noi” perché sei assistenti sociali al lavoro nella primavera del 2020 in due presidi ospedalieri milanesi, si sono tenuti in contatto seppure a distanza, scambiando pezzi di quotidianità, idee, dubbi, a volte paure. Cominciamo con una riflessione generale firmata  D. D’E.

 

1) L’assistente sociale e il suo lavoro in servizi ospedalieri

 

 

Se variano gli spazi di lavoro e i contesti di riferimento, la professione di assistente sociale si basa sempre sulla relazione con l’altro, su un ascolto orientato ed attento di persone e situazioni finalizzato ad un benessere psicofisico e sociale, obiettivo sempre molto presente in contesti di tipo ospedaliero, in cui la domanda d’aiuto inizia sul piano sanitario e si amplia poi ai temi sociali.

Durante la pandemia l’accoglienza e la relazione con l’altro è cambiata per necessità, per la pressione e quantità e qualità di situazioni difficili a cui dover garantire protezione e sicurezza sanitaria e non solo. Anche la relazione con il familiare del paziente si è modificata, con un’esperienza di discontinuità e il senso di uno smarrimento di tutti, pazienti, familiari operatori.

Purtroppo, in questo periodo che ricorderemo a lungo, le persone degenti in ospedale, oltre a combattere con la propria malattia acuta o cronica, hanno dovuto fronteggiare il Covid-19 con l’isolamento e la mancanza dei familiari che, prima della pandemia, erano una risorsa preziosa per la persona e per l’intera equipe sociosanitaria nel programmare progetti di cura e di aiuto.

L’isolamento all’interno dell’ospedale è stato un doppio isolamento: un’esperienza di chiusura da fuori e con il fuori, analoga ad un isolamento altrettanto difficile dentro la struttura tra operatori, reparti, persone. Sembrava di essere in una palla di vetro, totalmente isolati dall’esterno, ma anche tra i diversi reparti. Barricati negli uffici che forse erano i luoghi più sicuri dell’ospedale e un silenzio assordante nei corridoi.

Dalla finestra dell’ufficio potevamo solo scorgere le belle giornate, la temperatura mite ed il continuo e unico rumore delle sirene delle ambulanze che dovevano entrare nella nostra fragile palla di vetro. Per strada si vedevano pochissime persone, negozi chiusi, la desolazione. E nel guardare fuori pensavo: “io devo isolarmi da te, tu devi isolarti da me, ma chi pensa a me se sono una persona anziana sola o un senza fissa dimora?”.

Quanto costa a quelle persone essere isolati dagli altri? Non tutti hanno avuto la possibilità di isolarsi con qualcuno di caro o in una casa confortevole. E pensavo anche alle donne vittime di violenza domestica che hanno dovuto subire silenziosamente l’isolamento con i loro aggressori. Anche le Istituzioni e gli Enti Locali si sono isolati per la paura del contagio fornendo poche risorse per tutte le persone fragili e sole, isolate dalla società e poi dalla malattia. Intanto sono passati i mesi come se fossero anni.

Quando il primo isolamento è finito, verso Giugno 2020, abbiamo ricominciato a sentire vecchi rumori come i telefoni squillanti. Sembrava essere tornato tutto alla normalità. Ma nulla era più normale. I pazienti che abbiamo successivamente conosciuto ed incontrato erano devastati. Alcuni per aver contratto il Covid-19 e aver sofferto l’isolamento, la solitudine e la lunghissima permanenza negli ospedali.

Tanti sono stati “risucchiati” dalle loro patologie psichiatriche, soprattutto le persone con sindrome da accumulo, perché l’isolamento ha accentuato maggiormente la loro compulsione; altri si sono lasciati andare senza mangiare, poiché nessuno glielo preparava, arrivando in ospedale totalmente disidratati e denutriti. Per quanto possibile, abbiamo garantito i collegamenti con il mondo esterno all’ospedale e l’isolamento non ha fermato insieme a noi l’opera del Terzo Settore, che ha continuato a garantire i beni di prima necessità a chi aveva bisogno di un piatto caldo o di una coperta.

…continua