Vite nel social housing, Carlo, Simone, Rocco

Una struttura recuperata per un social housing in provincia di Alessandria cogestito da servizio pubblico e terzo settore, tre vite che ne possono riassumerne molte altre, il racconto di un assistente sociale che coordina l’equipe di lavoro e che ha condiviso i percorsi di Carlo, Simone e Rocco.
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Carlo…dove tutto cominciò
Il Servizio ‘Unità di strada’ lo intercetta quando, al termine di una lunga detenzione,  trascorre la sua giornata su una panchina del parco principale della città. Solo, senza familiari, senza soldi e senza casa a cui appoggiarsi. Dal dormitorio Caritas, insieme ad altri tre ospiti, è tra le prime quattro persone che accedono al nuovo servizio comunale di Social Housing e alle strutture che potrebbero arrivare ad alloggiare 28 persone.

L’equipe della struttura è stringata, oltre a me c’è il custode e qualche ora di supporto del collega del dormitorio maschile. Bisogna intercettare ulteriori finanziamenti ed assumere altri operatori, ma intanto lavoriamo per accompagnare Carlo a riappropriarsi di un suo spazio di vita, chiedere un contributo economico per mantenersi, richiedere un medico di base, imparare ad usare uno smartphone e fare domanda di un alloggio di edilizia popolare.

Quindi bisogna curare le relazioni con il territorio e pensato all’inclusione sociale perché la struttura è in una frazione che dista circa tre chilometri dal centro città. Ci siamo presentati ai vicini di casa, abbiamo fatto visita alla parrocchia, al bar ed infine alla cooperativa agricola.
Questa connessione ha portato Carlo e gli altri ospiti a collaborare al mantenimento del decoro urbano e alla cura degli orti ottenendo l’apprezzamento degli abitanti della frazione. Oggi Carlo mantiene positivi rapporti con un paio di compagni, ha un lavoro presso l’oratorio, è benvoluto dai volontari della parrocchia, esegue periodici controlli sanitari, beneficia di pensione sociale ed ha raggiunto la transitoria assegnazione di un alloggio del social housing, dove riesce a vivere in autonomia.

 Simone, guardate che foto!
Anche Simone arriva tramite il Centro di Ascolto Caritas e dal dormitorio maschile dove è ospitato da circa un mese.

Ha sempre vissuto e lavorato in questa città e tra le tante cose, era anche un fotografo, ma… La perdita del lavoro e l’interruzione di una convivenza lo precipitano prima dai familiari che lo ospitano per qualche mese e quindi sulla strada. Decidiamo di accoglierlo da noi ad agosto 2023.

Come ci avevano già detto i colleghi del centro ascolto, Simone è un uomo decisamente autonomo, ben agganciato ai servizi e collaborativo al progetto di aiuto. Affianca due ospiti meno autonomi, è fotografo e cuoco e infatti ci aiuta preparando i pasti, ricordandosi di fare la spesa e facilitando un adeguato rapporto con il prossimo.

Prima il lavoro a tempo pieno e indeterminato, quindi l’alloggio autonomo in struttura e, da quasi un anno, l’uscita dalla Comunità. Le stampe delle sue foto sono con noi.

Rocco, dalla clinica alla strada
Incontriamo Rocco nella clinica privata dove è ricoverato in regime di continuità assistenziale dopo essere finito in strada a seguito della perdita del lavoro, della relazione sentimentale e di un grave problema di salute.

Emaciato, pelle e ossa, senza muscoli, un’espressione sul viso tagliata dalla sofferenza, ma deve essere dimesso sebbene si presenti disorientato, cognitivamente confuso, fatichi a camminare e sia estremamente sofferente. Il contesto generale di crisi della sanità è chiaro nei suoi effetti…

Esce dalla clinica in pigiama, ciabatte, biancheria intima e niente altro, non ha neanche di che sfamarsi.
Entra in Comunità in queste condizioni e non va sempre bene: ha bisogno di soddisfare i bisogni di base e comunicandocelo con modalità infantili, si pone con l’atteggiamento della vittima, ripetendo “Sono in un tunnel e non vedo una luce in fondo”.

E dal tunnel riusciamo a farlo uscire: Rocco torna ad avere carta identità, codice fiscale, l’Isee, il medico di base, facciamo la domanda per l’assegno di inclusione… Oggi  ha una stanza con un guardaroba, vestiti, uno smartphone, una e-mail personale, una posizione anagrafica, una certificazione di invalidità civile, una carta di debito e qualche soldo in tasca.

Queste storie, come altre che non ho raccontato, mi fanno apprezzare la mia professione. E’ bello vedere persone rendersi autonome e riappropriarsi della propria vita, osservare come la Comunità, il territorio, una piccola frazione possano favorire l’inclusione sociale di persone senza casa.

La casa: può sembrare banale ma avere una casa è fondamentale. La casa è una risorsa materiale vitale per l’uomo. La casa è quello spazio concreto per riposare, per riporre le proprie cose, per ristorarsi e ritrovare la dignità di essere umano. La casa è un luogo di accoglienza sicuro che offre riparo e i servizi necessari per ricostruire una sufficiente autostima.

La gestione di una struttura residenziale del genere mi ha permesso di legare virtualmente i molteplici livelli del lavoro sociale: individuale, di gruppo, comunità e pianificazione territoriale. Aiutare persone che vivono in povertà estrema in modo professionale vuol dire condividere progetti che contengano obiettivi semplici, possibili e raggiungibili per la persona, a partire dalle condizioni spazio-temporali in cui si trova.

Tenere in equilibrio la dimensione di aiuto con quella di verifica, di monitoraggio del percorso di cambiamento non è facile. Cerco di farlo ogni giorno, spero di essere riuscito a farlo fin qui.

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Gian Paolo Rivara – Piemonte