VIOLENZA SULLE DONNE: “Chiese e farmacie? E’ lo Stato che deve proteggere”

Nel giorno in cui si elencano tre femminicidi il ministro della Giustizia, Carlo Nordio invita le donne vittime di stalking ad autodifendersi e trovare rifugio “in una chiesa o in una farmacia”. E lo Stato dov’è?
Ne abbiamo scritto su Huffington Post partendo dal nostro lavoro e dalle richieste che arrivano dagli “esperti per esperienza”, in questo caso le vittime di violenza di genere.

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Due notizie, una dopo l’altra, hanno aperto la mia giornata. In poche ore, ieri, in Italia, si sono consumati tre femminicidi: Stefania e Teodora uccise a Fregene e Civitavecchia vicino Roma e Daniela uccisa a Prato di Correggio, Reggio Emilia.
La seconda notizia è invece la polemica politica e non solo, scatenata dalle parole del ministro della Giustizia, Carlo Nordio che rispondendo in Parlamento, al Senato, in tema di braccialetto elettronico, ha invitato le donne, quando colgono “il momento di pericolo, di trovare delle forme di autodifesa, magari rifugiandosi in una chiesa o in una farmacia, in un luogo più o meno protetto”.

Sicuramente, mi sono detta, gli autori dei delitti di ieri – una potrebbe essere la nuora della vittima – non avevano il braccialetto anti-stalking, ma chissà se avrebbero mai pensato di sfuggire alle coltellate o ad altro in una chiesa o in una farmacia!

Ecco, sono un’assistente sociale e, da due anni, ho la grande responsabilità di guidare un Ordine che raccoglie oltre 48mila professioniste e professionisti e che affronta, insieme ad altri, il drammatico tema delle violenze domestiche.
Siamo un Ordine vigilato dal ministero della Giustizia e aspettiamo di essere ricevuti dal ministro competente, Nordio, per poter parlare di questo e di molti altri argomenti inerenti alla nostra professione e di stretto interesse del dicastero.
Sentendo quelle parole – trovare rifugio nelle chiese o nelle farmacie – ho pensato che le troppe emergenze ministeriali non avessero dato spazio non soltanto a noi, assistenti sociali, ma neanche alle associazioni che si occupano di violenza di genere, né a quelli che noi incontriamo e chiamiamo ‘esperti per esperienza’. E che terribile esperienza!

Proprio il nostro lavoro quotidiano e il confronto con gli ‘esperti per esperienza’ ci hanno permesso di fare un elenco di proposte in tema di violenza contro le donne che nei giorni scorsi abbiamo portato presso la Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio nonché su ogni forma di violenza di genere.

Facendoci mediatrici di quelle donne abbiamo chiesto:
che si riaprano i consultori, ne manca il 70% di quelli previsti per legge;
che essere vittime di violenza dia priorità nell’assegnazione degli alloggi di edilizia pubblica;
che vengano rafforzati e coordinati gli aiuti economici: reddito di libertà, microcredito e Adi;
che si organizzino corsi di educazione finanziaria;
che ci siano risorse strutturali ai Comuni per l’attivazione tempestiva delle misure di protezione e accompagnamento;
che siano messi a disposizione degli operatori strumenti professionali, per esempio attraverso la promozione all’utilizzo diffuso del modello SARA e di altri strumenti scientificamente validati per la valutazione del rischio, integrati con la presa in carico sociale e la partecipazione attiva della donna al percorso di uscita dalla violenza.

Ecco, noi che ministri non siamo, ma professionisti chiamati a garantire a nome dello Stato i diritti umani, abbiamo suggerito questo. Quello stesso Stato che non dovrebbe arrendersi mai e che sembra abdicare la protezione delle donne inseguite da violenti che le considerano di loro proprietà a chiese e farmacie.