
Quando ho incontrato per la prima volta le assistenti sociali dell’Ambito B4 in Campania, non ho trovato immediatamente un gruppo. Professioniste distribuite in 18 Comuni abituate da molti anni a lavorare da sole, con contratti precari, responsabilità non condivise e pochissime occasioni di confronto. Forse anche per questo anche entrare nello spazio della supervisione, inizialmente, non è stato semplice.
Per ventitré anni molte colleghe avevano lavorato con contratti di collaborazione coordinata e continuativa, rinnovati di anno in anno, senza alcuna stabilizzazione in organico. Prima della costituzione del Consorzio dei Comuni e dell’Ambito, mancava una coordinazione unitaria: le professioniste erano assegnate annualmente ai singoli Comuni e i sindaci potevano anche disporne lo spostamento da un Comune all’altro. La precarietà non aveva riguardato soltanto chi lavorava. Aveva prodotto discontinuità, compromettendo il diritto della cittadinanza alla continuità del servizio offerto dalla stessa assistente sociale. I cittadini non sempre ricevevano informazioni chiare sugli orari di apertura al pubblico del segretariato sociale proprio per la molteplice assegnazione dei Comuni a una singola collega.
La precarietà contrattuale, come sappiamo bene, è entrata fin nei luoghi di lavoro. Alcune assistenti sociali si sono dovute accontentare di piccoli uffici ricavati da ex sgabuzzini, talvolta privi di una vera porta d’ingresso e spesso senza armadietti nei quali custodire in sicurezza le cartelle. Dopo anni di lavoro svolto in queste condizioni, per alcune professioniste, il futuro rischiava/rischia di tradursi in una pensione minima, non proporzionata al servizio garantito alla comunità.
La frammentazione attraversava anche i singoli Comuni. All’interno delle amministrazioni mancava spesso una piena comprensione del ruolo dell’assistente sociale con richieste non sempre coerenti con il mandato professionale. Senza un coordinamento stabile, le colleghe aveva sostenuto responsabilità a volte inappropriate e non condivise, senza occasioni strutturate di confronto. L’isolamento era stato organizzativo, professionale ed emotivo.
È dentro questa storia che è iniziata la mia supervisione monoprofessionale per le colleghe. Le assenze, i ritardi e le interruzioni improvvise non raccontavano soltanto una difficoltà organizzativa, ma anche il segno di una demoralizzazione costruita negli anni. Ho compreso che, prima ancora di chiedere alle assistenti sociali di riconoscersi come gruppo, era necessario offrire loro un luogo nel quale potessero sentirsi nuovamente riconosciute come professioniste. Per alcune di loro i carichi di lavoro e le priorità indicate da amministratori e altre figure dell’organizzazione rendevano difficile proteggere lo spazio dedicato alla riflessione professionale.
Eppure, incontro dopo incontro, chi ha scelto di restare in supervisione ha cominciato a costruire uno spazio diverso. La supervisione non è stata soltanto analisi tecnica dei casi, ma un luogo in cui dare senso alle esperienze, portare dubbi e fatiche senza il peso del giudizio, scoprire che molte difficoltà non erano individuali. Nel gruppo ha trovato concretezza una riflessione di Annamaria Campanini: “Fermarsi a pensare ciò che si fa è parte del lavoro, non qualcosa di aggiuntivo”.
Non tutte sono rimaste e non tutte hanno partecipato nello stesso modo. Ma chi ha continuato a esserci ha trasformato quello spazio in un luogo di appartenenza e confronto. Le esperienze sono state condivise, rielaborate e riportate nella pratica quotidiana, generando maggiore consapevolezza, pensiero critico e condivisione delle responsabilità. È da qui che ha cominciato a germogliare una comunità professionale: dal momento in cui una difficoltà smette di essere vissuta in solitudine, diventa pensiero critico comune e responsabilità condivisa. Partecipare ha significato compiere una scelta professionale consapevole e costante.
L’esperienza dell’Ambito B4 racconta che l’isolamento professionale nelle aree interne è reale e che la frammentazione territoriale può produrre disservizi, solitudine professionale e conseguentemente un indebolimento dei valori fondanti del servizio sociale. L’empowerment, il lavoro di rete e la comunità di pratica maturate grazie alla supervisione, possono trasformare questa condizione. Servono, però, tempi e spazi di supervisione riconosciuti dalle organizzazioni, condizioni di lavoro dignitose, stabilità contrattuale e un cambiamento culturale che consideri la riflessione una componente essenziale della pratica. Sostenere le assistenti sociali dell’entroterra significa costruire reti operative capaci di sostenere anche le comunità nelle quali lavorano.
Questa la mia relazione di supervisione di due annualità del gruppo di 11 assistenti sociali dell’entroterra campano, un territorio, che come ho descritto è frammentato e che genera isolamento professionale.
Come avete potuto leggere il loro percorso di supervisione è stato molto duro, è stato davvero il gruppo più complesso mai avuto, eppure alla fine si è costruito il senso di comunità professionale, l’appartenenza al gruppo di lavoro, l’autovalutazione delle proprie competenze professionali nonostante avessero vissuto 23 anni di precariato e fossero stabilmente in organico, soltanto da due anni.
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Monica Attanasio, Campania
