
Ci sono lavori che sfuggono ai riflettori, professioni che non fanno notizia se non per stereotipi o semplificazioni. Quella dell’assistente sociale è una di queste. Un mestiere difficile, sottopagato, spesso poco valorizzato dalle istituzioni e travisato dai media. Eppure, mai come oggi, in un contesto sociale segnato da disuguaglianze crescenti e fragilità diffuse, il ruolo dell’assistente sociale è imprescindibile.
La mia esperienza di Supervisione all’interno di un progetto PNRR per il rafforzamento dei servizi sociali in alcuni Comuni lombardi. mi ha portato a conoscere da vicino le difficoltà di chi, ogni giorno, si fa carico delle marginalità, delle ferite invisibili della società. Ero già innamorato del mio lavoro e ora, conoscendolo di più, lo amo ancora più intensamente. Donne maltrattate, minori in situazioni di grave disagio, detenuti alla ricerca di un riscatto, famiglie sull’orlo del collasso economico ed emotivo: questi sono i volti che popolano la quotidianità di un assistente sociale.
Si tratta di un lavoro di relazione, di ascolto, di mediazione, di costruzione di reti di sostegno, spesso con strumenti insufficienti e risorse ridotte all’osso. Un lavoro che richiede lucidità e resistenza, perché implica il contatto costante con il dolore e l’ingiustizia, con la sensazione di combattere ogni giorno contro un sistema che lascia indietro proprio chi avrebbe più bisogno di essere accompagnato. L’assistente sociale non è solo il portatore di risposte burocratiche, ma il ponte tra le persone e le comunità, tra il bisogno e la possibilità di un cambiamento.
Eppure, mentre la società diventa più complessa, anche il lavoro degli assistenti sociali si fa sempre più articolato. Le sfide che si presentano non sono più le stesse di qualche decennio fa: il tessuto sociale si è frammentato, la povertà ha assunto nuove forme, le crisi economiche e sanitarie hanno ampliato le vulnerabilità. Oggi gli assistenti sociali devono affrontare problemi che intrecciano dimensioni psicologiche, economiche, legali e culturali, trovandosi spesso a operare in contesti dove le risorse disponibili sono inadeguate rispetto alla portata delle necessità.
Un dato emblematico è quello delle assunzioni nel settore pubblico: negli ultimi cinque anni, il Comune di Milano ha assunto circa 500 agenti della Polizia Locale, mentre le assunzioni di assistenti sociali sono state molto più limitate. Questo non significa mettere in contrapposizione le due funzioni, entrambe necessarie per il benessere della collettività, ma riflettere su una scelta di priorità. Investire nel rafforzamento dei servizi sociali significa rafforzare la prevenzione, costruire una rete di supporto che può ridurre la marginalità e il disagio prima che questi si trasformino in problemi di ordine pubblico o in emergenze difficili da gestire.
A fronte di questa realtà, gli assistenti sociali si trovano spesso a lavorare con stipendi bassi, che in molte aree del Paese risultano incompatibili con il costo della vita. Si tratta di professionisti con una formazione universitaria, con una responsabilità enorme, che percepiscono compensi inferiori a quelli di molte altre figure del settore pubblico. Il loro lavoro implica decisioni delicate, che possono cambiare la vita delle persone, ma il riconoscimento economico e sociale resta insufficiente. Non è raro trovare assistenti sociali costretti a spostarsi tra più Comuni per arrotondare il proprio reddito, o che devono gestire carichi di lavoro eccessivi per la mancanza di personale.
Eppure, questo mestiere è anche un luogo di bellezza. Una bellezza silenziosa, che sta nelle storie di riscatto, nei piccoli successi, nei legami che si costruiscono, nella solidarietà che si alimenta. Sta nel vedere una madre trovare finalmente un luogo sicuro per sé e per i suoi figli, nel sentire un minore che inizia a fidarsi, nel sapere che un detenuto, grazie a un percorso di supporto, può ricostruire la propria vita. Sta nell’accompagnare una persona senza dimora verso una nuova possibilità, nel trovare per un bambino una famiglia affidataria che possa offrirgli un ambiente sereno, nel vedere un anziano non autosufficiente ricevere il supporto necessario per rimanere nella propria casa. È una bellezza che nasce dal credere, nonostante tutto, che il cambiamento sia possibile. E che ci siano strumenti per realizzarlo: i servizi pubblici, il Terzo Settore, il tessuto di solidarietà attiva delle comunità locali.
La responsabilità che grava sugli assistenti sociali è enorme, ma altrettanto grande è il loro contributo alla costruzione di una società più giusta. Servirebbe maggiore riconoscimento, economico e istituzionale, per chi svolge questa professione con dedizione. Servirebbe, soprattutto, un cambiamento culturale che restituisca valore a un lavoro che è fondamento della coesione sociale.
Hannah Arendt scriveva: “Nessuno ha il diritto di obbedire”.
In un mondo che ci chiede di essere indifferenti, di accettare la disuguaglianza come un dato di fatto, gli assistenti sociali scelgono di non obbedire. Scelgono, ogni giorno, di stare dalla parte di chi ha bisogno. E questo, oggi più che mai, è un atto rivoluzionario.
