
Nella mia esperienza lavorativa come assistente sociale presso i centri di riabilitazione, mai come in questo ultimo anno ho avuto la sensazione che il nostro lavoro sia veramente quello che ci viene insegnato durante il corso di studi, soprattutto nel principio fondamentale del riconoscimento del valore, della dignità e unicità della persona.
La presenza dell’assistente sociale in un Centro residenziale ad alta intensità riabilitativa, in questo momento, rappresenta quel ponte di collegamento tra il paziente, che d’ora in poi chiamerò persona e i suoi affetti più cari. L’isolamento forzato e l’impossibilità di incontrare i propri riferimenti affettivi, a cui siamo costretti da tanto tempo, hanno generato una serie di conseguenze di cui tutti siamo coscienti e che non sto qui a descrivere, per lasciare spazio ad altre riflessioni.
Per me e per la collega psicologa è stato chiaro da subito che, tra gli altri, il nostro compito sarebbe stato quello di favorire, attraverso ogni mezzo possibile, tecnologico e non, il contatto, seppur a distanza, tra la persona ricoverata e i suoi familiari. Tra “angolo degli abbracci”, telefonate, videochiamate, video, lettere, ecc.. abbiamo tentato disperatamente di permettere che ognuno avesse il suo momento di coccola, necessario per la “sopravvivenza emotiva” e prezioso per il percorso riabilitativo globale.
In questa esperienza è stato difficile mantenere il distacco professionale e spesso i nostri occhi si sono riempiti di lacrime, senza che neanche ce ne rendessimo conto!
Abbiamo capito che più forte dell’amore di un genitore verso i figli, di una coppia innamorata, dei figli verso i genitori, non esiste nulla!
Basti pensare che esistono figli che in gruppo (con mogli, mariti, nipoti) ogni domenica sono presenti sotto la finestra della mamma, soltanto per farle sapere che loro non hanno cambiato le abitudini e che il loro “noi famiglia” rimane conservato con cura, nonostante il solito pranzo domenicale a casa di mamma sia per ora sospeso. Il gruppo chiama la mamma, attende che qualcuno degli OSS o infermieri si affacci per confermare che lei li abbia sentiti e, soddisfatto va via.
Esistono mogli che vengono al centro quotidianamente portando una lettera per il proprio marito e ci chiedono di consegnargliela o leggerla per lui, se non ce la fa da solo.
E non parliamo di ciò che un genitore farebbe per vedere, sentire e confortare il proprio figlio, anche soltanto per un attimo!
In tutto questo, noi due, impegnate nell’organizzare, programmare, accogliere, “presidiare gli incontri” e facilitare i contatti, ci ritroviamo a sorridere con dolcezza e a commuoverci senza freno, pur sapendo che dovremmo farlo con maggior discrezione!
E ogni volta, quando siamo sole nella nostra stanza, ci viene spontanea l’espressione: “Meno male che mascherina e occhiali rendono meno visibili le nostre lacrime!”
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S.C. Abruzzo
