“Sei forse tu la mia assistente sociale?”. Sì, lo sono!

L’ho incontrata molti anni fa, per la prima volta, al Servizio Sociale del grande comune di provincia dove ho lavorato come Assistente Sociale.

Sin dal primo incontro ho capito che portava con sé un carico di dolore, di sconforto e di disperazione. Il segno dei maltrattamenti e abbandoni subiti nella vita era tangibile anche se, per un po’ di tempo, non ha avuto la forza di parlarne.

Si percepiva in lei il dolore di un antico vuoto affettivo mai completamente colmato e, nello stesso tempo, la ricchezza di una esperienza di vita rafforzata da tenacia e volontà. La sua storia mi aveva colpita e, nel tempo, mi ero chiesta come fosse possibile sopravvivere a tante ferite e privazioni rimanendo ancora tenacemente aggrappati alla vita.

Ricordo che, dopo due mesi dal primo incontro, abbiamo valutato insieme la possibilità di rafforzare il nostro lavoro con un sostegno psicologico che potesse aiutarla nell’affrontare le conseguenze dei faticosi cambiamenti della sua vita. Ha così incontrato una professionista che l’ha assistita nell’elaborare il dolore dei ricordi e l’ha sostenuta nel dare un senso a tutto ciò che le era accaduto. Lei raccontava di sentirsi un po’ più forte e preparata ad accettare le cause delle paure che l’assillavano: aveva imparato a non temere che sotto il letto o all’interno degli armadi si potesse nascondere il mostro che l’aveva sempre spaventata e ad addormentarsi da sola, senza temere abbandoni. Aveva imparato a capire, ad interrogarsi, a non condannarsi, ad aspettare.

Aveva imparato ad incoraggiarsi ad essere forte.

Il valore e l’entusiasmo che attribuiva alla cultura era contagioso. Per anni aveva rincorso un sogno e, l’ultima volta che l’ho vista, si stava avvicinando ad una laurea che avrebbe contribuito a superare il suo senso di inadeguatezza. La cultura rappresentava per lei un bisogno insaziabile, da soddisfare con voracità.

Durante il nostro ultimo appuntamento aveva parlato di sua figlia con estremo dolore, per la prima volta senza giudicarsi: “…lei se ne è andata…” aveva detto lentamente. “La mia storia di vita non mi ha aiutata a capire cosa stesse accadendo e, quando mia figlia ha deciso di allontanarsi da me, non ho potuto fare niente per trattenerla. Era ormai troppo tardi…”.

Si era fermata qualche istante prima di proseguire: “Il corpo ed il cuore mi ricordano ogni giorno che sono madre di due figli…ho dovuto imparare a riorganizzarmi, ad adattarmi ad una realtà che non offre speranza, che non consente un confronto né una nuova possibilità…se potessi raccontare, spiegare…se potessi rivivere…se fosse possibile ricominciare…”.

 

Non mi aspettavo di incontrarla dopo tanto tempo, in un momento di emergenza sanitaria. Non mi aspettavo, soprattutto, che potesse riconoscermi.

Si avvicina, con voce emozionata, dicendo: “sei forse tu la mia assistente sociale?”.

Sopra la mascherina gli occhi sorridono e, istintivamente, ci abbracciamo, senza scontrarci, con tenerezza e rispetto, con la riconoscenza che tutte e due proviamo l’una per l’altra. Esprimiamo, con gli occhi, l’emozione che non siamo riuscite a manifestare quando ci siamo salutate, molti anni prima, dopo il nostro ultimo incontro al Servizio Sociale.

Parliamo per poco meno di mezz’ora con intensità scoprendo un’affinità diversa, una relazione più vicina alla nostra età, alla nostra esperienza di vita. Poi, salutandomi con un nuovo, veloce abbraccio, lei si allontana. Non posso trattenerla e non ci promettiamo di rivederci. Le nostre strade si dividono ancora una volta.

 

Rifletto rassicurata dalla convinzione che lei, in questi lunghi anni, sia riuscita a riconoscere le proprie fragilità e abbia imparato a conviverci. Ha dimostrato di essere in grado di raggiungere obiettivi tenacemente desiderati ed ha scelto di affidarsi a persone capaci di sostenerla e comprenderla. Ha imparato ad accettare la solitudine, si è impegnata nel lavoro e ha cresciuto suo figlio con una diversa e nuova consapevolezza di maternità.

Penso a lei e le sono grata per essere entrata nel mio cuore con la sua storia, per avere arricchito la mia vita con la sua esperienza e la sua capacità di accettare la realtà delle cose, al di là del proprio sentire, del proprio amare, delle proprie convinzioni….

Durante il nostro breve incontro ho sentito la forza della speranza e sono convinta che il rapporto di reciprocità sia anche questo.

Rifletto convinta che la formazione professionale possa essere davvero adeguata solamente se sorretta da una comprensione profonda che riesca a guidarci nel sospendere il giudizio e lavorare per aiutare le persone a costruire nuove opportunità. Anche quando pensiamo, o siamo indotti a pensare, che un caso sia troppo complesso, che il dolore sia troppo grande o che non ci sia più la possibilità di cambiare.


M.C. Lombardia