Sarò un’assistente sociale. Restituisco accoglienza, dignità, aiuto”

Sarò un’assistente sociale, due di loro che hanno già avuto un grande ruolo nella mia nuova vita, mi hanno regalato per la laurea, il corso per affrontare con meno preoccupazione il prossimo esame di Stato. Per ora, stringo al petto la mia tesi rilegata e festeggio la mia laurea triennale in Scienze del Sevizio Sociale e del No-Profit su… “Donne migranti: dal viaggio disidentitario alla ricostruzione di un progetto di vita  nel paese di arrivo”.  Sarò un’assistente sociale anche per restituire quello che mi è stato dato, perché ho vissuto sulla mia pelle cosa voglia dire il riconoscimento della persona, cosa significhi restituire dignità e rappresentare chi abbiamo di fronte nei suoi limiti, nelle sue fragilità, nei suoi problemi. Sono stata un caso sociale e senza l’accoglienza e l’ascolto attivo non sarei qui. Eserciterò la professione che ho scelta con tutto il cuore.
Il mio futuro è iniziato molti anni fa, qui in Sicilia, ma ho bisogno di parlare del mio passato perché, anche in quello che ho vissuto, c’è il mio domani.

Provengo da una famiglia molto allargata, in cui le tradizioni si sono intrecciate con la religione e la cultura, limitando fortemente i nostri diritti come figlie, donne e spose. Fin da piccola ho sentito il bisogno di rivendicare la mia libertà, ma il mio destino era già stato deciso: essere donna significava vivere in un contesto patriarcale che non lasciava spazio alla scelta. La libertà l’ho conquistata a caro prezzo, con il sangue versato, con la dignità perduta e con il dolore immenso della perdita dei miei figli in un matrimonio forzato, fatto di violenze, ricatti e sofferenze. Per sopravvivere ero costretta a subire in silenzio, giorno e notte, nascondendo le lacrime e il dolore. Il mio percorso è stato lungo e faticoso, ma alla fine sono riuscita a fuggire. Sono scappata dal matrimonio e, anche se già adulta, ho potuto studiare e lavorare, diventando una donna libera, istruita e indipendente.

Quella conquista di felicità però è durata poco. Mio zio, che gestiva la famiglia, mi ha rintracciata e ha tentato di togliermi la vita perché, secondo lui, avevo disonorato la famiglia e mancato di rispetto alle loro regole. Mio padre non aveva alcuna autorità su di noi, e mia madre era una donna invisibile, segnata da dolore e sofferenze sin dall’infanzia. Io, invece, dovevo sparire per sempre, per non influenzare le altre donne della famiglia. Non morii, ma quell’atto lasciò sul mio corpo cicatrici indelebili, che si aggiunsero a quelle già inflitte da mio ex marito. Fui costretta a lasciare la mia terra, la Costa d’Avorio, perché non ero al sicuro in nessun luogo del mio Paese. Partii con la speranza di trovare una via d’uscita, ma presto compresi che quella scelta era anche un errore.

Ancora oggi ripeto a me stessa che avrei preferito continuare a subire violenza nel mio Paese piuttosto che intraprendere un viaggio di non ritorno. In quel cammino mi vennero strappate la  dignità conquistata con tanta fatica, la mia forza, la mia emancipazione, la mia anima e il mio corpo.

Il viaggio è durato più di due anni, trascorsi intrappolata in un Paese arabo dove essere nera significava essere considerata un peccato, dove non avevamo il diritto di vivere e dove altri decidevano della nostra esistenza: abusi, violenza domestica, prigione.

Sono partita senza figli, ma sono, poi, arrivata con un bambino in grembo, non desiderato ma accolto con amore, perché innocente, senza colpa.

Sono giunta in Italia nel 2017, incinta, su un’imbarcazione con altre 130 persone provenienti dalla Libia. Ero in condizioni pietose, quasi priva di vita, e pregavo il Signore affinché ci salvasse, soprattutto perché proteggesse il mio bambino. Sono stata soccorsa dalla nave SOS Mediterranee, che mi ha trovato in stato di incoscienza. Sono rimasta in osservazione due giorni e poi trasferita a Palermo, all’ospedale Buccheri La Ferla. Dopo una settimana, a 32 settimane di gravidanza, ho avuto un parto forzato per salvare entrambe le nostre vite. È nata una bambina, piccola e fragile, che pesava appena 1,720 kg.

Nella nave e in ospedale ho trovato una nuova famiglia, quasi un segno del Signore per alleviare le mie sofferenze. Dopo un mese abbiamo trovato accoglienza a “La Zattera”, una comunità di famiglie che pratica l’accoglienza di migranti, dove per la prima volta ho sentito il calore di una casa, di una famiglia che non giudicava, ma riceveva e amava. Ero una donna migrante, spaventata e segnata da un passato terribile, ma anche una madre che inseguiva la libertà, l’indipendenza e l’emancipazione.

Sono una sopravvissuta e in Italia ho trovato una comunità meravigliosa che mi ha permesso di rinascere. Senza il sostegno umano e materiale che ho ricevuto non sarei arrivata fin qui: senza una rete di supporto non avrei potuto frequentare l’università, senza amore e fiducia non sarei oggi  laureata in Scienze Sociali, un traguardo costruito con sacrifici condivisi insieme a mia figlia e alle persone che ci hanno sostenuto. Una Laurea dedicata alla mia bambina e a tutte le donne migranti del mondo. La nostra vulnerabilità non è debolezza, ma un luogo dove può nascere una forza.  “E se oggi io ce l’ho fatta, è perché qualcuno ha creduto in me. A tutte le donne che ancora camminano nel buio: la vostra luce non è invisibile. È solo in attesa di essere accolta.”

Sono passati più di otto anni dal nostro arrivo. Nonostante l’impegno, la volontà di integrarci e la partecipazione attiva alla vita di questo Paese, ci vediamo ancora negato il diritto a un permesso di soggiorno stabile, rinnovato spesso con gravi ritardi che ci obbligano a ricominciare ogni volta da capo, pagando di nuovo tasse e procedure.

Eppure, nonostante tutto, continuo a ringraziare il Signore e le persone che hanno creduto in me e ci hanno accompagnato. Il percorso di guarigione psicologica sarà lungo, ma sono determinata a fare pace con il mio passato e a realizzare tutto ciò che di bello abbiamo costruito da quando siamo arrivate in Italia. Questa narrazione non è solo memoria, ma anche resistenza e proposta politica. E, nel lavoro che farò, porterò tutta me stessa.

 

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Karidja Diabate Sicilia , futura assistente sociale