
Nell’80% dei casi le condizioni di disagio mentale si riscontrano in persone che si trovano in situazione di povertà materia, relazionale, sociale. La presentazione del rapporto: “Povertà e salute mentale. Relazione circolare e diritti negati”, promosso da Caritas Italiana, in collaborazione con la Conferenza Permanente per la Salute Mentale nel Mondo Franco Basaglia, presentato ieri a Roma in occasione della Giornata mondiale del malato, è l’ennesima conferma di diseguaglianze che si sommano a diseguaglianze generando esclusione.
“Soltanto qualche giorno fa – dice la presidente Barbara Rosina, presente all’evento insieme alla presidente Fnas, Silvana Mordeglia – eravamo intervenuti commentando i dati sulla povertà e ribadendo che il peggioramento della situazione italiana è aggravato dal definanziamento e dall’indebolimento dei presìdi territoriali. Poveri, come con problemi di salute mentale, sono soprattutto i giovani, le donne sole e persone con esperienza migratoria insieme a chi è in condizione di precarietà lavorativa, insicurezza abitativa, isolamento relazionale e fragilità economica”.
Nel rapporto, diventato anche un libro, la presidente Cnoas ha curato il capitolo “Povertà e malattia mentale: quali integrazioni sul fronte delle Politiche di intervento sociosanitari” che analizza, in relazione al tema della malattia mentale, il quadro istituzionale e normativo dell’integrazione sociosanitaria in Italia, approfondisce i modelli organizzativi e gli strumenti operativi oggi disponibili e propone un’agenda di raccomandazioni per rafforzare l’integrazione, migliorare la qualità della vita e assicurare diritti e dignità alle persone che vivono all’intersezione tra povertà e disagio psichico.
Riprendendo le parole del Cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, Rosina conclude che: “La sofferenza mentale non può essere compresa né curata se isolata dalle condizioni materiali e relazionali. Non servono bonus o interventi spot, la lotta all’esclusione è una scelta politica e ha bisogno di strategie a lungo termine che forse non danno immediati frutti elettorali, ma cambiano lo stato di un Paese. Richiamiamo quindi tutti, a partire dalle istituzioni, da chi fa le leggi, da chi governa, a questa responsabilità perché questi rapporti non continuino a restare sulla carta e raccontare un’Italia ingiusta”.
