Quell’aggressione sette anni fa. Oggi tra paura, tristezza e speranza

Sono trascorsi sette anni dall’aggressione, da quel lungo periodo durante il quale ho subito atti persecutori, minacce, intimidazioni, insulti ripetuti nel tempo.

Per circa un anno ho presentato denunce fino al giorno in cui il cittadino, in carico da anni al servizio sociale di un piccolo comune di provincia, è stato fermato in flagranza di reato, ma rilasciato dopo poche ore dall’arresto perché il PM non ha proceduto alla convalida dell’arresto.

Sono passati gli anni ma le conseguenze derivate dagli eventi sono diventate permanenti ed è una realtà che appare immutabile e difficile da accettare.

Nel 2019 la mia vita è stata radicalmente sconvolta con conseguenze complesse, sia sul piano psicologico sia su quello emotivo, che hanno richiesto una riorganizzazione ed una elaborazione di quanto accaduto in un percorso che, ancora oggi, appare infinito. Un’aggressione, di qualsiasi genere si tratti, lascia segni indelebili e il trauma continua ad influenzare la quotidianità.

Dalla diagnosi di “disturbo post traumatico da stress” del 2019 ho affrontato un lungo percorso psicologico che potesse aiutarmi ad elaborare tutte le emozioni scaturite dall’evento e consentirmi di acquisire strumenti per affrontare le difficoltà presenti e future. Ho assunto una terapia farmacologica con enorme fatica perché ritenevo fosse difficile affidare la propria vita ad un farmaco per raggiungere un sufficiente stato di benessere. Speravo di avere la forza di risolvere il problema senza aiuto ma non ci sono riuscita.

Ho fatto i conti con la rabbia per non avere potuto evitare che la violenza accadesse, per non essermi difesa, per non essere stata protetta, per non avere ricevuto giustizia e la giusta attenzione, per avere dovuto cercare lavoro in un altro Comune.

Ho affrontato la paura che l’evento si potesse rimanifestare, che la persona potesse trovarmi, potesse raggiungermi a casa. ero in un costante stato di allerta, sempre pronta alla fuga.

La paura sfinisce, paralizza, consuma ed esaurisce le energie, distrugge la speranza, rende inutile il riposo, alimenta l’ansia.

Ho dovuto cambiare le mie abitudini di vita per salvaguardare l’ incolumità della mia famiglia perché l’aggressore aveva avuto il mio indirizzo di residenza.

Ho ascoltato la tristezza, la delusione, lo sconforto.

Il rinvio a giudizio dell’aggressore, avvenuta nel 2020, ha rappresentato, finalmente, il riconoscimento della gravità dei fatti avvenuti. Era l’anno del Covid. la prima udienza fissata nel mese di giugno è’ stata rinviata a causa dell’emergenza sanitaria. Non c’è stata una seconda udienza perché  l’aggressore è morto dopo pochi mesi.

Ho vissuto la sua morte con un senso di sollievo, di liberazione, perché la paura di poterlo incontrare o rivedere era finita. Allo stesso tempo, però, ero consapevole che la giustizia non avrebbe potuto fare il proprio corso.

Pensavo che, finalmente, la mia vita avrebbe ripreso a scorrere serena.

Presto, però, mi sono resa conto che la qualità era profondamente compromessa con conseguenze che si sono prolungate nel tempo e sono ancora vive oggi, nonostante siano passati tanti anni.

La tristezza e la paura hanno trasformato la mia vita che ha avuto ripercussioni su due piani:

quello personale, perché le emozioni sono diventate intense, difficili da gestire, influenzate dal senso di colpa e dalla rabbia, dominate da meccanismi di difesa costantemente attivi.

quello professionale, perché sono diventata più attenta e meno tollerante nei confronti delle intimidazioni che sono sempre state accettate, come se facessero parte del lavoro. spesso dimenticavo che la professione di assistente sociale richiede soprattutto rispetto e fiducia.

Oggi sto scrivendo perché sono in pronto soccorso ad affrontare un nuovo attacco di panico. La vita qualche volta mi concede una pausa, stati di sufficiente benessere, momenti costruttivi durante i quali sono inarrestabile. Poi improvvisamente il pavimento si abbassa, la testa gira, il cuore batte forte e la paura di morire arriva con violenza, senza fermarsi, e dura troppo a lungo.

Ogni evento che richiede un riadattamento della vita riporta alla luce quel senso di impotenza, paura, timore del giudizio, dolore ed ingiustizia vissuti.

Vorrei perdonarmi per avere consentito che tutto questo accadesse, vorrei accettare e giustificare il non avere fatto tutto il necessario per proteggermi di più, vorrei comprendere il motivo per il quale ho tollerato e sopportato.

Vorrei non sentirmi in colpa e non vergognarmi ogni volta che sto male, che corro in pronto soccorso. vorrei che questo stare male non distruggesse per giorni tutte le mie energie che sono diventate sempre più difficili da recuperare.

Vorrei, semplicemente, mettere il mio nome sul campanello della mia casa senza temere che qualcuno possa farmi del male.

Oggi abbiamo strumenti, che non esistevano nel 2019, per prevenire ed evitare che succedano questi eventi.

L’Ordine assistenti sociali ha investito nella formazione per farci “riconoscere eventuali azioni illecite ovvero un’azione violenta o minacciosa; assumere tempestivamente le azioni necessarie previste dalla normativa vigente tese ad assicurare l’incolumità personale e la punizione del colpevole; agire in giudizio mediante la costituzione di parte civile o l’attivazione degli altri strumenti previsti dall’ordinamento, al fine dell’ottenimento di un risarcimento dei danni patiti”.*

I nostri enti hanno organizzato corsi di formazione per riconoscere e prevenire le aggressioni, per assicurarci luoghi sicuri dove svolgere la nostra professione.

Oggi sappiamo che, “per ragioni di sicurezza e, quindi, per salvaguardare l’incolumità dell’assistente sociale da eventuali azioni vendicative ovvero di ritorsione per aver denunciato l’azione minacciosa o aggressiva subita, ai fini delle notifiche degli atti successivi, appare opportuno non indicare nella querela il luogo di residenza dell’assistente sociale, limitandosi ad indicare il domicilio e, pertanto, l’indirizzo dell’ufficio dell’ente alle cui dipendenze presta la propria attività professionale ovvero l’indirizzo dello studio dell’avvocato a cui ci si è rivolti”.*

Oggi riconosciamo che la prevenzione è importante, che abbiamo gli elementi per denunciare, che non dobbiamo sentirci in colpa ogni volta che agiamo per tutelare la nostra sicurezza.

In questo periodo durante il quale il danno di immagine professionale derivante dall’uso improprio dei social accentua la mancanza di rispetto nei confronti della nostra professione attraverso l’odio e la diffamazione, dobbiamo prenderci cura di noi, della nostra vita, del nostro futuro personale e professionale. Più che mai.

*Vademecum informativo sulle aggressioni e sulle azioni legali per assistenti sociali”

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M.C. Lombardia