“Quando ti dicono, vorrei che mia madre morisse!“

“Mi vergogno…è terribile quel che ho pensato. Ma sa, dottoressa, l’ho pensato. L’ho pensato tante volte, perché sono stanca e non so cosa fare…ho sperato tante volte che mia madre morisse”.

Inizia così il mio incontro con la figlia di un’ospite accolta, questo sabato mattina, in continuità assistenziale presso l’RSA della quale sono direttrice.

Di fronte a me, una figlia cinquantenne che arriva trafelata dopo il lavoro. Inizia all’alba come magazziniera in un supermercato. Dopo il turno si è recata in ospedale a ritirare i farmaci per la madre: cure speciali, consegnate solo lì. Poi è passata a casa per verificare le condizioni del padre, anche lui anziano e malato. Infine, è venuta in struttura, dove la madre è stata portata dopo la dimissione ospedaliera.

“Sedici giorni… e poi che faccio, dottoressa?”.

Davanti a me una donna che piange di stanchezza, e si scusa. Si scusa per le lacrime, per le parole, per la fatica.

“Mi hanno detto che per chiedere il posto in convenzione dovrei vendere la casa dei miei genitori? Dottoressa, non solo ci vive mio padre… ma anche vendendo quelle due stanze, al massimo valgono trentamila euro. E poi che ci faccio? Pago un anno di casa di riposo”.

Mi racconta di quanto tempo ha impiegato per ottenere una visita per la pratica d’invalidità, dei giorni passati a cercare uffici, numeri, informazioni. Senza mai capire davvero cosa fare, cosa le spetti, cosa sia possibile. Conosco la fatica di quella figlia. Conosco quella stanchezza fisica, mentale, emotiva. Sono sentimenti che mi risuonano dentro.  La mia scrivania raccoglie ogni giorno le richieste d’aiuto di familiari come lei. E sì, avrei voluto tanto allontanarmi da quella scrivania e abbracciare quella figlia. Non le sarei stata d’aiuto in modo concreto, ma ne avrei avuto tanto bisogno io.  Invece, le ho spiegato tutte le possibilità a sua disposizione, i criteri per accedervi, come attivare le misure previste. Come direttrice le ho fatto una serie di proposte contrattuali per sostenerla, in attesa della valutazione per l’eventuale posto convenzionato. L’ho ascoltata. Mi ha parlato anche della cura del padre, del fatto che non ha più un attimo di respiro da quando la madre si è aggravata. Si sente in colpa per non essere in grado di prendersene cura come vorrebbe. Abbiamo riflettuto insieme sul suo diritto di prendersi cura anche di sé stessa, e su come impiegare con minor fatica almeno questi 16 giorni di ricovero temporaneo concessi dall’ASL.

A fine colloquio mi dice: “Dottoressa, ha un pacchetto di sigarette sulla scrivania, è troppo se le chiedo di offrirmene una? Non ho fatto in tempo a comprarle”.

“Signora, è troppo se le propongo di accompagnarla in cortile a fumarla assieme?”.

E così, con due sigarette, riprendiamo ossigeno. Accettando le umane fragilità.

“Quanto costa la retta?” chiedono sempre i familiari. “Non abbiamo soldi”, rispondono i servizi.

E io mi chiedo: quanto vale una vita?

Quella del malato.

E quella di chi lo assiste.

———————————–

Graziella Stivilla, Piemonte