Oltre il tunnel, il “contagio” delle vite di Amedeo, Esmeralda e Samuele

Tre storie di sofferenza, coraggio, riscatto. Chi scrive ha lavorato oltre 40 anni come assistente sociale. Una frase: “La ringrazio per quello che ha fatto per salvare la vita dei miei figli”, è entrata nel video del WSWD: https://www.youtube.com/watch?v=VNxb75umlR4, ma, dietro quella frase, ci sono questi pezzi di vita…

Ti regalerò una rosa.

Amedeo è il giovane e sprovveduto padre tossicodipendente di tre magnifici bambini.

Sia lui che la sua compagna, madre dei piccoli, non risultano in grado di occuparsi adeguatamente dei figli a causa principalmente dei loro problemi di dipendenza. Dopo numerosi tentativi di attivare risorse e supporti, non andati a buon fine   per l’egocentrico bisogno dei due giovani genitori di finalizzare principalmente le loro energie al recupero di sostanze stupefacenti, sono costretta a mettere in protezione i bambini in una casa famiglia convincendo, contemporaneamente e faticosamente, mamma e papà  ad appoggiarsi al Servizio Specialistico di zona. Erano i tempi di massima espansione dell’Aids.

La mamma muore, poco dopo, devastata da quella, a quel tempo terribile malattia, l’AIDS, il padre, che accetta di curarsi anche se con discontinuità, si presenta un giorno in ufficio e chiede di potermi incontrare.  Mi offre una rosa “rubata” da un giardino vicino all’ufficio e, guardandomi con occhi pieni di lacrime e di sincera gratitudine, mi dice. “La ringrazio per quello che ha fatto per salvare la vita dei miei figli”. Dopo poco tempo finirà anche lui i suoi giorni stroncato da una overdose.

I bambini verranno accolti, dopo le valutazioni del caso, la femmina dalla nonna paterna e i due maschi da una famiglia affidataria.

L’araba fenice

Esmeralda viene dal Sud America, ha un compagno e quattro figli, il primo, nato dopo un episodio di violenza sessuale, non è figlio del suo attuale compagno. Apparentemente sembrano una famiglia unita e senza particolari problemi. I bambini presentano buoni livelli di apprendimento, integrazione ed autonomia.

Un giorno vengo chiamata dal medico scolastico (all’epoca esisteva questa preziosa ed utile risorsa) che mi certifica il fatto che su uno dei piccoli sono stati riscontrati segni di cinghiate sulla schiena. Il bambino interpellato al proposito, dice di essere caduto dalla sedia. Mi attivo immediatamente per segnalare il fatto all’autorità competente che mi autorizza a procedere in emergenza. Dopo aver trovato una comunità disponibile ad accogliere il bambino, mi reco al domicilio per organizzare l’allontanamento.  La mamma,  responsabile della violenza,  all’inizio nega la sua responsabilità ma poi,  stremata,  crolla emotivamente ed ammette di aver usato violenza al piccolo a seguito di un banale capriccio.
I fantasmi del suo difficile passato la tormentano rendendola, a volte, instabile e non in grado di controllare le sue pulsioni. Riesco a convincerla ad accettare la soluzione temporanea da me proposta, a tutela del figlio e le chiedo anche di accompagnarmi in struttura per rendere meno traumatico l’evento per il bambino. Contemporaneamente le propongo un supporto psicologico che lei accetta senza opporre resistenza.
La situazione si risolve in tempi relativamente brevi dopo un percorso terapeutico prima individuale e poi familiare con approccio sistemico. Alcuni anni dopo, Esmeralda che nel frattempo aveva divorziato dal marito, cambiato lavoro e città, torna a trovarmi, a sorpresa,  con i suoi figli.;Mi regalano un libro sul tema della  rinascita e tutti  mi esprimono  riconoscenza con un sentito ringraziamento.

Fame d’amore

Samuele è un bambino di nove anni timido ed introverso. La sorella più grande, affetta da una grave disabilità fisica è da poco mancata. La mamma è affetta da turbe psichiche non certificate, il padre è un uomo debole e sottomesso.
I genitori, devastati dalla morte della loro figliola, litigano spesso anche in maniera violenta alla presenza del bambino. Il padre decide quindi di lasciare la casa coniugale, ma non reggendo al dolore  compie un gesto estremo e si toglie la vita.

Le insegnanti mi segnalano l’oggettivo e graduale deperimento di Samuele che sembra non alimentarsi in maniera corretta e che a scuola spesso si rifiuta di mangiare.

La mamma gli ha inculcato l’idea che il cibo potrebbe essere avvelenato e la pediatra certifica una forma di grave anoressia infantile.

Il tentativo di convincere la mamma ad accettare una soluzione extra familiare a tutela del figlio non sortisce alcun effetto. La sua posizione è assolutamente irremovibile. Il giudice autorizza l’allontanamento coatto. Il giorno stabilito mi reco al domicilio, accompagnata dallo psicologo e da un agente di polizia. L’intervento non è facile. ma il nostro lavoro di squadra, ben coordinato, riesce nel suo obiettivo.
Samuele viene collocato in una comunità per minori e dopo alcuni mesi viene accolto in una famiglia affidataria che ha già un figlio naturale quasi suo coetaneo.
La mamma biologica continua purtroppo nei suoi deliri ed è incostante nel seguire le cure proposte dagli operatori del CPS.
La famiglia affidataria riesce, con il costante supporto dei servizi sociali, ad arginare le ingerenze della donna e ad accompagnare Samuele a prendere coscienza della grave malattia della sua mamma.
Dopo diversi anni Samuele, ormai diventato un uomo, mi rintraccia e mi chiede di ripercorrere con lui le tappe della sua infanzia.  vuole capire meglio alcuni passaggi che  nei suoi  ricordi risultano  confusi.
I suoi problemi alimentari, ampiamente risolti, l’hanno portato a scegliere una scuola alberghiera e a conseguire poi una laurea in scienze dell’alimentazione. Adesso è un bravo e qualificato chef,  lavora in una prestigiosa e rinomata struttura ed  inoltre dedica parte del suo tempo libero ad un’associazione di volontariato.

Il suo riscatto e i suoi infiniti e ripetuti “grazie” mi hanno molto gratificata ed ampiamente ripagata dalle indubbie fatiche.
Ho ricevuto davvero tanti “GRAZIE”  durante gli oltre 40 anni di lavoro in una delle professione più belle del mondo,  ma altrettanti mi sento di restituire  alle persone che mi hanno contagiata con le loro storie, la loro sofferenza e il loro coraggio.

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Mara Lavizzari, Cinisello Balsamo, Lombardia