Oltre il carcere di Marassi, dentro e “fuori”

“Nessuno si è accorto che per due giorni un detenuto di 18 anni è stato violentato e torturato da quattro compagni di cella a Marassi. Secondo quanto confermato dalla stessa vittima, le violenze sarebbero iniziate domenica 1 giugno e andate avanti almeno fino al 2 quando gli stessi aggressori avrebbero chiamato gli agenti sostenendo che il diciottenne aveva fatto tutto da solo (…). Si tratta di un giovane con un passato difficile fatto anche di fragilità psichiche. Prima di entrare in carcere a marzo, il ragazzo viveva in strada. Prima di questo episodio era stato già spostato per almeno cinque volte in diverse celle all’interno del Marassi, non perché fosse violento, ma perché mostrava difficoltà a relazionarsi con gli altri. (…)
A seguito delle dichiarazioni della vittima, intanto, la Procura – che indaga sulle possibili omissioni da parte degli agenti e dei vertici della polizia penitenziaria – iscriverà nel registro degli indagati i quattro responsabili delle violenze. La voce di quegli abusi è corsa velocemente tra le sezioni del carcere, scatenando una reazione di rabbia da parte degli altri detenuti, culminata nei disordini di mercoledì 4 giugno”.

Con un taglia e cuci preso da vari media online, abbiamo ricostruito un episodio che non ha aperto i quotidiani, né i notiziari in radio o televisione. Un episodio che non è sfuggito a Simona Panichelli, assistente sociale, che da quasi trenta anni, a Genova, segue questi temi, dentro e fuori. Pubblichiamo una riflessione che ha affidato al suo profilo social e ora condivide.
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Sul carcere si scrivono e dicono mille parole, nel carcere vivono centinaia di persone, i detenuti sì ma anche coloro che non sono privati della libertà personale.
Chi fa la differenza? Chi ha la possibilità di rendere il luogo demandato al recupero della persona che ha infranto il contratto sociale, il patto tra gli esseri umani, un percorso realmente efficace?
In carcere le persone che sono detenute. Sono “tenute” nelle mani dello Stato, sono sospese, sono nelle nostre mani, nelle mani delle persone libere, dei garanti delle regole, delle cure, dei processi educativi, dei percorsi riabilitativi e partecipativi.
Chi guarda chi?
Il carcere è, da sempre, il termometro della società che lo gestisce, beh, possiamo dire che, in Italia, in questa nostra epoca, due sono le possibilità. O il termometro si è rotto oppure la società di cui facciamo parte è un corpo morente.
Quello che è accaduto in questi, giorni, e non solo, a Marassi, e non solo, le violenze agite su un bambino (perché nelle nostre case un diciottenne lo chiamiamo ancora così), le azioni di rivolta dei detenuti e quelle di repressione dello Stato, parlano il medesimo linguaggio…disumanizzato.
Le leggi, le “norme”, che lo Stato italiano sta producendo a colpi di decreti, stanno imprimendo un terribile segno sulla coscienza collettiva: se non riusciremo a trovare la forza per immettere anticorpi questo diventerà indelebile per molte generazioni.
Lo stiamo già osservando, ahimè, fuori dalle mura, il linguaggio è la violenza, l’incapacità acquisita di vedere l’altro, di com/n-prendere il dolore dell’altro, di accettare le scelte dell’altro, di essere consapevoli delle conseguenze delle proprie.
Ecco, in questo momento, decidere di non guardare, come assistente sociale e come essere umano appartenente a questa società, fuori e dentro le mura di Marassi, mi renderebbe complice.
Siamo ancora e sempre coinvolti!
E allora vedo.
Il “sistema” sta implodendo anche solo per mera incuria.
La polizia penitenziaria parla attraverso i propri sindacati – e forse sono gli unici a parlare – ma non è in grado di comprendere quanta differenza potrebbe fare per la propria e altrui qualità della vita.
La medicina penitenziaria che cura superficialmente, ciò che vuole vedere, ma non si prende cura della persona nella sua complessità
Il SerD ridotto a una virgola, svuotato negli organici, a rincorrere le urgenze che tali non dovrebbero essere dove la quasi totalità dei detenuti ha fatto, o inizia a fare, uso di sostanze
Il servizio di salute mentale che gioca in difesa e non fa uscire nessuno perché sul territorio non è più in grado di seguire i percorsi delle persone.
Il Terzo settore dai mille progetti che non si coordina.
funzionari educativi, tanti di recente assunzione, mortificati nel loro ruolo, operatori giovani che, se sani di mente, abbandoneranno, e sarebbe un grave spreco di risorse per tutto il sistema.
Un ufficio preposto a sostenere i percorsi penali esterni alle mura, oberato e stanco, quasi paralizzato dal carico di lavoro.
In tutte queste organizzazioni le persone, i professionisti, possono fare…o non fare…
Chi guarda chi?
In questi giorni a qualcuno ho scritto che ci sarebbe bisogno di una Unità di crisi, come quelle che si attivano a seguito di calamità naturali perché, guardiamolo bene, questo è un terremoto! E le persone coinvolte, quelle ancora vive, sono sotto shock, traumatizzate, spezzate. Non possono, le stesse, essere la cura, lo strumento per raccogliere e riordinare, magari su nuove fondamenta.
Qualche idea?
Qualcuno dovrebbe affiancare la Direttrice del carcere e coordinare le azioni di sostegno: psicologi del trauma, etnopsicologi e etnopsichiatri, assistenti sociali e avvocati che sappiano ricostruire i percorsi e le relazioni.
Un ufficio di sorveglianza in “assetto di emergenza” pronto a valutare chi può uscire e velocemente coagulare le risorse necessarie (in molti casi basterebbe un domicilio)
L’ufficio del Garante regionale, con i sindaci della provincia potrebbe mettere intorno a un tavolo l’unità di crisi che si era messa a disposizione nel periodo Covid per i dipendenti Asl3, il gruppo di etnopsicologi dell’ordine degli psicologi, gli assistenti sociali dell’Udepe, gli avvocati di strada e della camera penale, il nostro SerD, l’unità di psichiatria forense del Csm, il Terzo settore e i cooperanti, gli uffici comunali dei servizi sociali del reinserimento lavorativo e della gestione del patrimonio immobiliare, il Coordinamento Nazionale degli Operatori per la Salute nelle Carceri Italiane (Co.n.o.s.c.i.).
La Regione Liguria deve assumere gli operatori sociali e sanitari promessi, almeno quelli del 2024 e sarebbe opportuno anche quelli del 2025 visto che siamo a giugno! È necessario, ora!
Agire un intervento integrato d’emergenza e istituire una consulta permanente carcere-città.
Chi guarda chi?
Il rischio è rassettare muri e suppellettili, ripristinare l’ordine, spostare corpi, chi in ospedale chi in altre celle, trasferire operatori lacerati e rimanere indifferenti ad assistere a questo spreco enorme di vite umane.
La cura vale la pena. sempre, per tutti noi.
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Simona Panichelli, Liguria