
Un boato. Un sussulto. Un suono che non avevo mai sentito prima.
Era il 24 agosto 2016, erano le 3:36. Mi svegliai di colpo, il cuore che batteva all’impazzata nel buio della mia casa a San Pellegrino, frazione del comune di Norcia, in Umbria. Vicino a me, mio marito. Nel lettino accanto, mio figlio di appena quindici mesi.
Senza pensarci troppo, lo presi in braccio, afferrai mio marito, ancora pietrificato, e cercammo di scendere le scale. La terra tremava ancora. Boati arrivavano da fuori. Aprii la porta, ma un attimo dopo fui respinta indietro da mio marito: un gesto che mi salvò la vita. Una pioggia di coppi cadde proprio lì dove stavo per uscire.
Riuscimmo a prendere le chiavi della macchina. Fuori, sembrava la Gaza di oggi: macerie, tegole ovunque, urla disperate, caos. I villeggianti correvano ovunque, confusi, disorientati. “Tutti giù in piazza! Fuori tutti!” gridavano.
Quella notte fu l’ultima in cui dormii nella mia casa.
Ma non ci fu tempo per piangere.
Poche ore dopo la scossa, il mio ruolo professionale diventava indispensabile. E così, indossai l’unica cosa che trovai: una vecchia tuta della società di pallavolo dove avevo giocato anni prima. Mi recai nel luogo che ci dissero essere diventato il nuovo “Comune”: un vecchio pub in disuso, dichiarato agibile. Aveva un nuovo nome: C.O.C., la Centrale Operativa Comunale.
Fino a quel momento non ne avevo mai sentito parlare.
A Norcia, miracolosamente, non ci furono morti. Ma l’intera popolazione era sfollata. E io ero l’unica assistente sociale del Comune.
Da sola, mi feci carico di tutte le situazioni: famiglie, bambini, anziani, disabili, disperati.
E poi, il giorno 6 settembre, 13 giorni dopo la scossa, arrivarono due angeli: Anna Zannoni e Chiara Senatore, colleghe dell’ASProC – Assistenti Sociali per l’Emergenza. Loro mi salvarono.
Non solo come collega, ma come essere umano. Lavoravo da giorni senza sosta, correndo ovunque, senza orari. Con loro, ho finalmente potuto respirare.
Ne arrivarono molte altre di colleghe. Il lavoro sembrava trovare un ritmo, una direzione.
Ma il 30 ottobre 2016, alle 7:40 del mattino, tutto cambiò ancora.
Un’altra scossa.
Ancora più forte. Ancora più feroce.
Non ho parole per descriverla. Solo distruzione. Tutte le certezze acquisite in due mesi furono spazzate via.
Il primo pensiero? Portare mio figlio al sicuro.
Con mio marito, guidammo per oltre 100 km per affidarlo ai nonni. Poi tornai subito a Norcia. Era il mio dovere.
I miei “angeli” dell’ASProC erano lì: Eden, Loredana, Monica Forno – oggi presidente dell’associazione. Ricordo ancora i loro volti sconvolti.
Non ci fu ancora tempo per piangere.
Eravamo in piena emergenza.
Dovevamo mandare centinaia di persone negli alberghi del Lago Trasimeno, dove rimasero fino a febbraio 2017.
Lavoravamo nelle tende. Poi nei container. Ogni giorno, ogni ora.
Con la regia esperta e instancabile di Silvana Mordeglia, allora presidente ASProC. oggi presidente Fnas, l’Associazione diventò una presenza vitale, anche se da lontano era come una vera seconda casa, dove rifugiarsi.
E mentre lavoravamo per ricostruire una parvenza di normalità, ci aiutavamo tra colleghe del Comune, con le straordinarie professioniste dell’USL. Anche loro erano sfollate, anche loro non si sono tirate indietro.
È difficile raccontare tutto.
È difficile spiegare cosa significhi essere sfollata e allo stesso tempo assistente sociale in prima linea.
Perché questa emergenza, per molti di noi, non è mai finita.
Sono passati nove anni. E il territorio è ancora ferito. I servizi sono lenti, spesso inefficaci. La comunità si sta sgretolando.
Ma io non voglio solo ricordare.
Voglio trasmettere.
Voglio raccontare a chi verrà dopo di me che è fondamentale conoscere un piano di emergenza comunale, sapere cosa fa la Protezione Civile, non improvvisare.
Io, fino al 2016, non sapevo nulla di tutto questo.
Oggi, è il mio pane quotidiano. Oggi, finalmente, faccio parte dell’associazione ASProC, in cui credo fermamente e che ritengo fondamentale sia dal punto di vista professionale che umano. Ero anche al IV raduno nazionale dello scorso settembre.
L’università deve preparare, non solo formare.
L’Italia è un Paese fragile: terremoti, alluvioni… l’emergenza non è l’eccezione, ma una possibilità concreta.
E quando arriva, ti sveglia nel cuore della notte, ti strappa la casa da sotto i piedi, e ti chiama a essere operativa.
Perché sei un’assistente sociale.
Perché sei il perno.
E la comunità ha bisogno di te.
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Daniela Camelia Umbria
