Prima di Iqbal, dopo Zohra: no allo sfruttamento del lavoro minorile

Nel mondo ci sono 152 milioni di bambini che lavorano: hanno tra i cinque e i 17 anni e quasi la metà di loro ha mansioni pericolose.

Il 12 giugno ricorre la Giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile indetta dalle Nazioni Unite nel 2002 allo scopo di attirare l’attenzione dei governi su un fenomeno grave e particolarmente odioso e, allo stesso tempo, di contrastarne la diffusione.

Quali sono i lavori di queste bambine e bambini? Domestiche, scaricatori, ambulanti, corrieri della droga, sfruttati nella prostituzione femminile e maschile, parcheggiatori abusivi, tessitori, manovali, lavoratori nei campi… Per quante ore? Dall’alba al tramonto. Senza tutele e per una manciata di denaro.
Il fenomeno è soprattutto diffuso nei paesi in via sviluppo e più poveri del mondo, spesso in assenza di una legislazione che tuteli i minori, nonostante la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia, ratificata da tutti gli Stati -ad eccezione degli Stati Uniti- , sancisca, con i sui 54 articoli, il diritto di ogni minore di età alla parità di trattamento, alla superiorità del suo benessere rispetto ad ogni altro interesse, alla vita e allo sviluppo, all’ascolto e alla partecipazione.
Per la stragrande maggioranza dei piccoli, lavorare significa abbandonare la scuola e rischiare di finire vittime della malavita organizzata. Significa sottoporsi a sforzi che ne determineranno uno scorretto sviluppo fisico. Significa pregiudicare l’equilibrio interiore in modo spesso irreversibile.

L’Europa e il nostro Paese non sono esenti dal fenomeno. Vietato in Italia dal 1967, il lavoro minorile non è sparito. Basti pensare ai piccoli stranieri non accompagnati la cui vulnerabilità ha richiesto l’intervento del legislatore con la Legge 47/2017. Ma non si tratta soltanto di bambini che venono da lontano: noi assistenti sociali lo sappiamo bene. Povertà, disagio, condizione culturale delle famiglie sono spesso alla base di questa drammatica ingiustizia. E non è un fenomeno che interessi soltanto una parte della nostra Italia: al Sud come al Nord ci sono bambini in piedi dalle prime luci del giorno che lavorano e disertano la scuola. A tutti costoro si sta sottraendo futuro, privando così tutti della parte più importante della nostra società. Quella che dovrebbe concorrere ad un domani migliore, quella a cui dovremmo riservare tutele e cura senza discriminazione di censo o di provenienza.

Noi assistenti sociali siamo in prima linea dinnanzi alle fragilità, alla povertà e alla difficoltà e siamo preoccupati che il post pandemia coincida con un peggioramento delle condizioni economiche di un alto numero di famiglie. Ciò significherebbe anche esporre le bambine e i bambini ad un maggiore rischio di sfruttamento.

Quando si parla di lavoro minorile il pensiero corre a Iqbal Masih il bambino operaio e attivista pakistano, diventato simbolo della lotta contro lo sfruttamento dei più piccoli. A quattro anni già lavorava in una fornace, a cinque fu venduto dal padre ad un venditore di tappeti per pagare un debito di 12 dollari… Iqbal è stato ucciso senza che mai si sia trovato il colpevole nel lontano 1995, ma qualche giorno fa, il 31 maggio, moriva la piccola Zohra, 8 anni, originaria del Punjab, uccisa dalle percosse dei suoi datori di lavoro, una famiglia benestante del Pakistan. Pare che Zohra sia stata picchiata perché si era azzardata a liberare due pappagallini chiusi in gabbia. Nessuno avrebbe potuto aprire la prigione in cui lei era rinchiusa e forse avrà pensato, con quella leggera amorevolezza che solo i bambini sanno esprimere, di regalare lei la libertà a quei colorati pappagalli. E chi meglio conosceva il peso terribile della prigionia, se non lei?
Oggi il nostro pensiero è per i tanti Iqbal, per le troppe Zohra che con le loro mani così piccole tessevano tappeti o hanno sollevato l’asticella della gabbia e messo in libertà due uccellini. Mani così piccole e adatte a sorreggere un libro di favole, a scrivere con una matita colorata e a lanciare una palla ad un amico. Non a lavorare in una fornace o in una cucina.
Dedichiamo il nostro impegno a tutti i piccoli costretti a diventare grandi troppo in fretta.