Lockdown e futuro. Su Avvenire le riflessioni del presidente

Su Avvenire di sabato 5 settembre è stata pubblicata una riflessione del presidente Gazzi. Ecco il testo.

In queste settimane credo sia comune il sospetto che non si sia appreso granché da quanto successo sinora.
In tutto il Paese e nel dibattito pubblico si nota una sorta di sospensione in attesa di miracolosi interventi e soprattutto di fondi europei che ancora discutiamo se e come investire.
Sommessamente vorrei far notare che, per chi come noi quotidianamente vede e lavora con il dolore e la sofferenza delle persone, è chiaro che l’immobilismo nulla può fare se non acuire rabbia, frustrazione e diseguaglianze. Serve una vera visione che non può essere quella dei bonus a pioggia visti sinora né tantomeno l’ennesima delega assistenziale alle famiglie già provate.
In questi mesi post lockdown abbiamo visto molto bene sia i danni che gli effetti della mancanza di politiche sociali efficaci, di servizi precari e mal organizzati, di strutture chiuse e famiglie portate al limite.
Come sempre ne hanno fatto le spese i più deboli: i bambini senza tutele e senza socialità, gli anziani rinchiusi in casa o nelle RSA, le donne che si sono trovate – in mancanza di aiuti veri e non solo economici – a dover gestire lavoro e welfare rischiando seriamente di perdere il primo.
Questi sono soltanto i primi effetti, ma non stentiamo a credere che molto altro emergerà nei prossimi mesi senza voler pensare a eventuali nuove misure restrittive.
Se si fosse imparato qualcosa – ma magari siamo noi palesemente ciechi – si sarebbero dovuti aumentare la forza e l’organizzazione dei servizi del territorio – cosa peraltro fatta solo sul versante sanitario in senso stretto – prevedendo ad esempio che ci fossero sufficienti ore di assistenza domiciliare o aumentando la possibilità di accedere all’educativa per i ragazzi che hanno perso mesi di lezioni o ancora aprendo nuovi centri per le persone con disabilità.
Si sarebbero dovuti già avere i piani di emergenza per la continuità dei servizi sociali e assistenziali come previsto dalla legge, ma ad oggi ancora non pervenuti.
Se avessimo imparato qualcosa, già oggi, si inizierebbe a parlare di come rimettere in ordine il Reddito di Cittadinanza e non si penserebbe solo a prorogare i bonus per questa o quella categoria spendendo risorse indispensabili ma senza la certezza che finiscano a chi ne ha veramente bisogno.
Invece siamo ancora qui a pensare che basti concedere delle semplici elargizioni per tamponare il disagio dilagante senza aver ancora compreso che le politiche sociali sono vitali tanto quanto quelle sanitarie e che le une senza le altre non sono che un pannicello caldo, un prendere tempo continuando a sperare che “tutto vada bene”.
Invece no, mi spiace. È ora di avere una visione vera dei diritti delle persone che parta dai più indifesi ed esposti!
È ora di affrontare, ad esempio, il tema della tutela dei bambini e dei loro diritti e della loro sicurezza, non possiamo avere ancora oggi ospedali, procure o servizi impossibilitati a intervenire per mancanza di tempo e personale. Non possiamo ancora assistere alle tragedie di questa estate senza aver mosso un dito per impedirle e aspettando che finiscano nel dimenticatoio alla prima partita di campionato.
Bisogna riformare gli interventi a favore di anziani e persone non autosufficienti consapevoli che l’attuale sistema scarica sulle famiglie – sempre le donne – il carico di cura dando qualche mancetta.
Per questo servono servizi, servono professionisti e dirigenti capaci, servono risorse che non vediamo, servono delle regole chiare per difendere chi ha patito, patisce e ancora aspetta una prospettiva.
Smettiamola di dar pubblicità a chi parla di poveri dalla consolle di una discoteca e facciamo un giro negli uffici dei servizi per capire che ad oggi, ancora, non abbiamo imparato granché.

Prima di stupirci o cercare il colpevole da additare al prossimo dramma della solitudine, della malattia, della violenza, dell’indifferenza, della burocrazia, dell’abbandono…dello sguardo rivolto altrove.