Crescere insieme: il nostro ruolo accanto ai minori e ai care leavers

Capaci di ascoltare…liberi di dire. Lo Stato, le istituzioni, assistenti sociali compresi, sono sempre “capaci di ascoltare”? E i fragili: bambine e bambini, adolescenti, sono sempre liberi di dire?  Abbiamo partecipato a questa giornata promossa dal centro antiviolenza Arthemisia di Firenze, con il presidente dell’Ordine, Gianmario Gazzi, nella consapevolezza che anche noi dobbiamo fare la nostra parte per costruire una responsabilità condivisa nei percorsi di tutela dei minori per evitare possibili drammatici rischi. Perché, come hanno dimostrato fatti lontani e vicini ci possono essere casi di “maltrattamenti istituzionali”. Davanti ai rappresentati delle vittime del Forteto abbiamo chiesto scusa perché anche tra noi assistenti sociali ci dev’essere stato qualcuno che ha girato lo sguardo da un’altra parte. Ci dev’essere stato chi non è stato capace di ascoltare.

Il nostro impegno, infatti, non può fermarsi al momento all’individuazione di una struttura o di una famiglia idonea ad accogliere una bambina o un bambino che per mille motivi non possono restare con i genitori naturali. Qual è il nostro ruolo di fronte a quei circa 3000 giovani neomaggiorenni con esperienze fuori famiglia alle spalle che devono diventare adulti in fretta? Coloro che hanno perso gli affetti familiari –  care leavers  è la definizione adoperata dalla letteratura scientifica internazionale –  coloro che hanno vissuto parte della loro infanzia o adolescenza in affidamento o in una comunità sono più esposti di altri a esclusione sociale, marginalizzazione, devianze, a meno che nel loro non facile percorso di autonomia non si trovino ancora qualcuno accanto. “Abbiamo un dovere verso questi ragazzi – ha spiegato Gazzi intervenendo nelle conclusioni del convegno organizzato da SOS Villaggi dei Bambini Italia: “PerCorsi di autonomia. Esperienze e risultati con i care leavers”, presso la sede del Comitato Italiano per l‘Unicef a Roma – Lo Stato non può lavarsene le mani perché hanno 18 anni. Serve un fondo nazionale a cui attingere dedicato a interventi e progetti per l’inserimento lavorativo; agevolazioni per una collocazione abitativa; percorsi con figure di riferimento significative e un sostegno per completare gli studi. Colmare il vuoto culturale, politico e legislativo è un impegno al quale tutti dobbiamo contribuire”.