Bullismo e cyberbullismo: una Legge e una Giornata
non bastano

Il 93% dei 6mila giovani italiani, tra i 13 e 23 anni, intervistati nel 2020 da Terre des Hommes in collaborazione con ScuolaZoo per l’Osservatorio indifesa, dichiara di sentirsi solo. Rispetto all’anno precedente, nell’anno del Covid si registra un 10% in più.

Si deve partire da questo per comprendere meglio i dati che l’Osservatorio ha reso noto in occasione della Giornata contro il bullismo e il cyberbullismo, due fenomeni che restano la minaccia più temuta dai giovani, dopo la violenza sessuale e la dipendenza da droghe.

Sei su 10 dei ragazzi interpellati dichiarano di non sentirsi al sicuro online.  Ad avere più paura sono le ragazze: il 61,36% di loro. Tra i rischi maggiori sia i maschi che le femmine pongono al primo posto il cyberbullismo (66,34%).

Ma è quel dato sul senso di solitudine che ci deve far riflettere: i nostri giovani si sentono soli seppur immersi in un continuo flusso di informazioni, soli anche se parte attiva nelle cosiddette piazze virtuali, i social. Soli dinnanzi ad un mondo di mille voci, ma forse nessuna che sappia, in modo appropriato alla loro condizione, davvero raggiungerli, parlare loro, attirare la loro attenzione, toccare i loro interessi, comprendere le loro paure, aiutarli nell’interpretazione dei segni controversi di una realtà complessa che cambia velocemente.

 

Un fattore di rischio, nelle vittime di bullismo, è la mancanza di autostima. Lo stesso che spesso si nasconde dietro all’aggressività del bullo. Solitudine, poche amicizie, diffidenza e incapacità di esprimere emozioni, sono le caratteristiche principali riscontrate nelle vittime di atti bullismo. Situazioni che se non affrontate conducono fino a conseguenze estreme, come il suicidio. Un fenomeno particolarmente preoccupante per l’aumento di casi registrato tra i giovani nel 2020. Allo stesso tempo, la scarsa autostima può trasformarsi in una vera e propria esaltazione dell’ego: in cerca di approvazione all’interno del gruppo di amici. ci si spinge fino veri e propri atti di violenza contro gli altri per distinguersi, ispirati da modelli comportamentali sbagliati e da una errata concezione di coraggio.

E la società degli adulti, in tutto questo, dov’è? Quali sono le responsabilità della comunità, della società e delle istituzioni?

In un clima dove l’avversario diventa il nemico, dove la diversità fa paura, dove il malato è uno scarto, dove il colore della pelle fa la differenza, dove l’appartenenza ad un ceto sociale è ragione di discriminazione, dove si alzano muri, possiamo veramente dirci stupiti dei fatti di cronaca, anche recenti, che raccontano di atti di bullismo o violenza sulla Rete e nelle nostre città? Willy Monteiro Duarte, il 21enne ucciso a calci e pugni a Colleferro nel settembre scorso o Cosimo Antonio Spano, il pensionato disabile pestato a morte a Manduria due anni fa, dimostrano che qualcuno, forse troppi, non hanno visto o hanno girato lo sguardo da un’altra parte mentre ragazzi, giovani, figli, si autoproclamavano giustizieri o portavano a compimento un lungo susseguirsi di aggressioni. Non ci si può stupire, né assolvere se si è costruito un mondo dove soltanto chi è sano, chi è forte, bello, vincente, ha diritto ad una vita piena.

La vera assente è la comunità educante che si interroga, che guida il cambiamento individuando comuni prospettive, quella società dove creare alleanze, condividere strumenti e risorse per il bene comune.

Chi, come gli assistenti sociali, tocca ogni giorno con mano la fragilità e l’impoverimento delle nostre comunità, sa che la prima cosa da fare, con urgenza, per affrontare i fenomeni di degenerazione dei comportamenti sociali -come il bullismo e il cyberbullismo- non basta una legge,  che pur esiste nel nostro Paese, né una giornata che ricorre oggi.

Occorre invece un impegno reale per ricostruire un rinnovato patto tra generazioni e nella società attraverso l’azione di servizi sociali sostenuti e potenziati in modo adeguato.