AUDIZIONE IN COMMISSIONE FEMMINICIDIO: a fianco di donne e bambini

Con la nostra vicepresidente Nunzia Bartolomei abbiamo partecipato come Consiglio nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali all’audizione della Commissione del Senato sul femminicidio. Abbiamo risposto, speriamo con dovizia di particolari, alle domande della presidente Valeria Valente e dei commissari sulle linee guida per la messa in sicurezza del bambino e della madre, nel rispetto della Convenzione di Istanbul, sulla formazione, sull’art. 403 e l’alienazione parentale, su giudici onorari e assistenti sociali accusati di interesse nella gestione di case famiglia, sulla mediazione nei casi di violenza di genere.
La vicepresidente ha spiegato come il Consiglio nazionale dell’ordine abbia nel tempo ha elaborato due edizioni di Linee di indirizzo – la prossima entro l’anno sulla base di una ricerca – sui processi di accompagnamento e tutela dei bambini e delle loro famiglie, la più recente approvata dal Consiglio nazionale è stata redatta a seguito dei lavori di un tavolo interdisciplinare e interistituzionale formato da rappresentanze di assistenti sociali, psicologi, pedagogisti, magistrati, avvocati minorili, ecc..
Quanto alla formazione, è ampiamente dimostrato come al tema della tutela delle donne e dei bambini il Cnoas dedichi una parte importante del suo lavoro. Dal monitoraggio annuale sulla formazione continua emerge una vasta offerta formativa che si esplicita anche nei protocolli di intesa con organismi che si occupano di tutela minori, quali le organizzazioni forensi, Agia… e alla presenza, come docenti e relatori in master di specializzazione sul tema. Da anni, ha ricordato la vicepresidente “chiediamo un percorso formativo universitario più adeguato con la possibilità di sviluppare percorsi di specializzazione” .
Le cronache dei media danno molto spazio a singole vicende – comunque drammatiche – di prelievi forzosi anche in presenza della diagnosi di alienazione parentale in ottemperanza all’articolo 403 del Codice Civile. “I dati nazionali – ha risposto Bartolomei – confermano come il ricorso alla disposizione del Codice, sia residuale, il nostro compito è quello di aiutare le famiglie e proteggere i bambini all’interno delle loro relazioni primarie, soltanto se ciò non è possibile, si procede e si informa contestualmente la procura, che deve confermare o meno il provvedimento (e non risultano dati significativi di annullamento del provvedimento adottato). Quanto alla sindrome di alienazione parentale, la cui diagnosi spetta ad altre figure professionali, oltre alla controversia sulla scientificità di tale sindrome, va posta attenzione al fatto che anche se un genitore ha un comportamento ostacolante, non dobbiamo sottovalutare eventuali motivi del figlio stesso nel rifiutare il rapporto con l’altro genitore”.
“Le relazioni familiari sono complesse e i sentimenti di un bambino possono essere contraddittori e ambivalenti – ha aggiunto – Non dimentichiamo che entrambi i genitori ai suoi occhi sono figure di riferimento importanti e che la conflittualità in genere evoca uno schieramento che il bambino non può operare senza sentirsi in colpa. Per questo è importante la prevenzione e l’accompagnamento delle coppie e delle famiglie nelle relazioni e per sviluppare competenze di cura. I servizi sociosanitari sono stati depauperati ed è sempre più difficile intervenire precocemente”.

Non poteva mancare una domanda sulle case famiglia che, un anno fa, sono state al centro di una campagna mediatica -alimentata non soltanto da nobili fini – secondo la quale giudici onorari e assistenti sociali, avrebbero pilotato affidamenti per interesse privato. “Mi sorprende che non ci sia una denuncia con nome e cognome perché si tratta di un reato non di un comportamento riprovevole solo sotto il profilo deontologico – ha risposto la vicepresidente alla senatrice di Forza Italia Maria Rizzotti  – Ogni qualvolta veniamo a conoscenza di comportamenti inadeguati chiediamo che la situazione venga segnalata al consiglio territoriale di disciplina, per due motivi: il primo è che il nostro compito è di tutelare le persone che si rivolgono a noi per essere aiutate e quindi siamo tenuti a promuovere la qualità dell’intervento professionale, il secondo è che l’assistente sociale soltanto nel ricorso disciplinare può argomentare il suo operato. A differenza di altri, rispondendo a giornalisti o in ogni altra sede, violerebbe il segreto professionale, la riservatezza dovuta alle persone, oltre al segreto d’ufficio rispetto alla organizzazione dalla quale dipende”.

Infine un chiarimento sulla mediazione nei casi di violenza di genere. Sempre? “ La Convenzione di Istanbul la vieta e noi lavoriamo per mettere in sicurezza il bambino insieme alla mamma laddove è possibile, altrimenti da solo. Fatto questo possiamo proporre percorsi anche al genitore maltrattante sempre come diritto delle persone ad emergere dalle loro difficoltà, ma soprattutto per la necessità, già rappresentata, di aiutare il minore a comprendere quello che successo, a confrontarsi con il genitore, in tutta sicurezza. Perché potrebbe non avere gli strumenti per elaborare l’allontanamento dalle sue radici, da uno dei genitori”.