Mind the gap: il DM71 sull’assistenza territoriale. I rischi nei dettagli

Quotidiano Sanità ci ospita e ne approfittiamo per dare una lettura approfondita del Dl71 sull’assistenza territoriale. Un passo avanti, importante. Ma i rischi sono nei dettagli.

L’articolo

 

La lettura del nuovo Decreto sull’assistenza territoriale, Dm 71,  inviato alle Regioni apre degli scenari molto interessanti, ma come tutte le potenziali risorse può riservare delle sorprese.

“Mind the gap”, dunque. Attenzione a quel vuoto, quel divario, quello scalino poco visibili che, come nella metropolitana londinese, potrebbero farci cadere.

Va premesso che il decreto è un passo nella direzione giusta.

La presenza “obbligatoria” del servizio sociale professionale nelle Case di Comunità ne è una conferma, ma al di là della presenza dell’assistente sociale, ci sono altri aspetti non secondari.

Vengono richiamati correttamente in più passaggi gli interventi normativi delle ultime leggi di Bilancio riguardanti il coordinamento con gli Ambiti Territoriali sociali, sul rinforzo dei servizi sociali dell’ente locale e sulla programmazione condivisa. Si riprende il percorso verso il domicilio non solo nominalistico, ma anche provando a organizzare i servizi della salute sino alla porta di casa e cercando di facilitarne l’accesso.

Non era scontato, l’avevamo segnalato e ora è scritto.

Purtroppo, però, sappiamo che non è sufficiente la declaratoria a dare garanzia di realizzazione e di efficacia. Molte volte abbiamo applaudito a norme sensate e complete, ma rimaste lungamente inattuate.

Inattuate perché senza fondi o per mancanza di visione, ma non dovrebbe essere così.

Le risorse, almeno per quanto dichiarato, ci sono e sono spendibili. La visione di una possibile integrazione, invece, qui è proprio la colonna portante del disegno normativo.

Quindi dove sono i rischi di inciampare? Sono nei dettagli che, leggendo, si notano e che andrebbero corretti.

Il primo, forse più banale, è la mancanza di un ruolo valutativo dell’assistente sociale nella declaratoria. Forse una svista, ma già indicativa. Perché mai utilizzare un professionista che ha questo compito per definizione e per legge solo a metà?

Ma questo è soltanto un passaggio che ripeto e spero, si può correggere velocemente.

Più attenzione va data ad altri punti.

Il primo riguarda la previsione della componente sociale nelle COT (Centrale Operativa Territoriale). Non ne faccio una questione di bandierine, sollevo soltanto una contraddizione.

La Centrale, secondo quanto descritto, si dovrà impegnare nella gestione e supporto per le transizioni di setting assistenziali, tra strutture e domicilio, per integrare l’assistenza nelle situazioni complesse. È chiaro, quindi, che ci si deve domandare come si coordini con il sistema dei servizi sociali non aziendale e con quali professionalità intenda valutare la componente sociale. Evidenziamo il rischio di un ennesimo processo binario, parallelo, dove la mano destra non sa cosa fa la sinistra. Non credo che qui sia necessario ricordare le tante situazioni di non autosufficienza, salute mentale, malattie croniche e altro che sono seguite dagli assistenti sociali e dai servizi del territorio. Perché, se abbiamo un’occasione concreta di cambiamento non approfittiamo per evitare alle persone non soltanto il “ping pong” da un servizio all’altro, ma soprattutto non diamo loro una vera integrazione e una continuità delle cure (sanitaria e sociale)?

Un secondo passaggio importante, a nostro avviso, è indicare sin da subito i rapporti tra le UCA e la componente sociosanitaria. Abbiamo visto in pandemia come molti ricoveri impropri fossero legati a problematiche di natura sociale. Colpisce l’assenza, rispetto alle UCA, di qualsiasi riferimento all’integrazione sociosanitaria. Per essere concreti, forse anche banali, nel decreto sulle Unità di Continuità Assistenziali si legge: “Programmi di prevenzione territoriale quali ad esempio, ondate di calore”, ricordo però che quasi ovunque gli spazi aggregativi e i centri servizi e di assistenza sono di competenza degli EELL. Dimenticare la relazione tra queste unità e la componente sociale aziendale o comunale può diventare un bel problema.

Chiudo con un’ultima criticità, più complessa da dipanare, ma certamente importante. I sistemi informativi. Se si lavora per integrare, se l’obbiettivo è fare sistema intorno alle persone e le loro famiglie, perché non si prevede anche l’integrazione tra i sistemi informativi della salute e dei servizi sociali degli Ambiti Territoriali sociali?

Facile dire, problemi di privacy, problemi di proprietà e di sviluppo dei diversi applicativi, ma se non ora quando? Faccio notare che il testo attuale del Decreto non prevede nulla su questo. Non credo che sia impensabile provare a fare un vero passo avanti dicendo che le Regioni, titolari di queste competenze e con i fondi per la digitalizzazione del PNRR, debbano andare verso un fascicolo elettronico sociosanitario e non solo sanitario.

Mind the gap, the devil is in the details, per restare all’inglese! Il pericolo di inciampare e cadere è nei dettagli, non sprechiamo o roviniamo un’occasione unica e irripetibile.

 

*Presidente Consiglio Nazionale Ordine degli Assistenti Sociali (CNOAS)