Maradona e i peperoncini Dedicato a P. vissuto tre volte

P. ha vissuto almeno tre vite e tutte e tre fino in fondo, nel bene e nel male.

Lo hanno preso i servizi sociali che dormiva sotto i cartoni, in una aiuola, lo hanno rivoltato come un calzino, pulito dentro e fuori e rimesso in carreggiata.

Aiutava tutti, faceva mille lavoretti e tutti bene e tutti come fosse la cosa più importante. Aveva trovato una coppia di anziani da aiutare e viveva da loro, si adoravano.

Poi sono tornati a trovarlo certi brutti pensieri e una sera ha pensato che affogarne un po’ in una birretta non sarebbe stato così grave.

C’ è ricaduto, è arrivato fino al fondo, i servizi sociali lo hanno ripreso e lo hanno ribaltato di nuovo.

È stato via qualche mese, è tornato di nuovo pulito. Lo hanno inserito in un gruppo, viveva con due di loro, un giorno gli hanno fatto vedere un pezzo di terra malandato e gli hanno chiesto se voleva farci un orto.

In tre mesi è diventato l’orto più bello del paese.

Una volta al mese circa partivamo e andavamo assieme al Sert, nel mentre mi raccontava dell’orto, dei suoi coinquilini, del Napoli.

I peperoncini del suo piccolo campo sono i migliori che abbia mangiato, forti come l’inferno, ma eccezionali.

Ho cambiato posto di lavoro, ogni tanto ci sentivamo, stava bene e il paese dove stava lo aveva adottato, perché P verso sé stesso era il peggiore della terra, ma verso gli altri era di una bontà infinita. Non potevi non volergli bene, a P.

Si è ammalato, lo hanno curato e accudito, ha chiesto di morire nella casa che dopo anni di aiuole, panchine, cartoni e comunità di recupero sentiva come sua, ma non è stato possibile.

Era in ospedale, giovedì parlando con la mia collega le ho detto che volevo andarlo a trovare, perché se lo avessero trasferito me ne sarei pentito per tutta la vita.

Aspettava il letto in uno di quei posti a cui hanno dato un nome inglese per non far capire che è l’anticamera della morte.

Venerdì sono andato a trovarlo, la malattia bastarda lo aveva rovinato e vedermi ha fatto forse più male a lui di quanto vederlo così abbia fatto a me. Era irriconoscibile, non poteva parlare, mi ha spiegato a segni che cercava di chiamare gli infermieri, così sono andato a cercarli.

Ho fatto quello che dovevo fare in quel reparto, poi sono tornato a salutarlo, dormiva, o forse fingeva, perché non poteva parlarmi e perché sapeva che ci stavamo salutando per l’ultima volta.

Volevo sfotterlo ancora su Higuaìn alla Juve, o fargli raccontare di quando vide Maradona ( proprio adesso!) o farmi regalare dei peperoncini, non ne ho avuto il tempo.

Stamattina ho controllato, perché me lo sentivo, P. se n’era andato ieri pomeriggio.

P. è nato e morto almeno tre volte, ma l’ultimo giro, penso, avesse il diritto di farselo in una maniera più dignitosa. Ma tant’è, certe esistenze portano con loro segni e cicatrici che sono seguaci fedelissimi.

Se dovessi piangere per ogni utente che se ne va probabilmente non farei altro, belin specie ora che lavoro in ospedale, ma P. era diverso.

Aveva in sé la forza di un leone e le debolezze di un ragazzino immaturo, era una persona a cui avrei affidato le mie figlie, ma anche uno capace di rovinarsi con le sue stesse mani.

Mi ha insegnato la costanza, la disponibilità e un significato profondo di autodeterminazione.

Mi ha ricordato che siamo carne e sangue e tanto troppo fragili, ma allo stesso tempo in grado di spaccare il mondo.

Salutami a Marado’, terrone.

“Hai mai visto uno stupido pony
in un campo così felice e libero?
Se l’hai mai visto allora hai visto me
Hai mai visto un cane con una zampa sola
che cammina per strada?
Se l’hai mai visto allora hai visto me”

https://youtu.be/X2t7-JgtVA0


A.C. Liguria