Ucraina, guerra, profughi, Ue… Guardiamo oltre le borse, il gas, il grano

Sul display del cellulare appare +380. La telefonata arriva da un paesino vicino Leopoli, Ucraina. E’ la “mia” Lucia, così si è fatta chiamare negli oltre 15 anni vissuti in Italia.

Piccola di statura e forte di carattere, rimasta vedova, aveva attraversato, a piedi, il confine tra Ucraina e Polonia e poi tra Polonia e Germania. Prima clandestina, poi regolarizzata, era arrivata dalle mie parti e aveva cominciato ad assistere nonni, genitori e figli di chi ne aveva bisogno e non poteva farlo da solo.

“Giannemario, come sta tu? Tutto bene, vero?”, mi chiede con la sua solita voce, riportandomi ai Natale passati insieme, ai compleanni con piccoli doni di cioccolato, ai ritorni dall’estate sul Mar Nero con litri di liquori in bottiglie improbabili, ai pomeriggi nei parchi di tutte le città d’Italia con le amiche, a parlare dei figli alla frontiera del Donbass…

Di Lucia, nelle nostre case ce ne sono tante e molte sono tornate, sfinite da anni di assistenza, a godersi finalmente la pensione strameritata.

Lei che chiede a me, se sto bene. Lei che ha il figlio al fronte, nipoti che non sanno bene ancora se domani a scuola suonerà la sirena antiaerea al posto della campanella.

Lì non c’è una Farnesina che gli dice di tornare subito indietro.

Lì sono loro e aspettano che i potenti decidano il loro destino.

E noi? Noi che per anni abbiamo contato sulla loro umanità e lavoro, cosa faremo ora? Ora che l’attacco “ingiustificato e ingiustificabile” è partito?

Sanzioni? Armi? Guerra?

È evidente che chi ha ancora un briciolo di umanità, di fronte a questo dramma previsto, non può che aggiornare di ora in ora le agenzie per capire cosa succede.

Inutile dire che la prima cosa che ho risposto a quella affettuosa telefonata è stata: “Venite via, torna qui in Italia” Ma Lucia ha risposto, nel suo italiano impreciso, come la più affettuosa delle nonne e delle madri: “Giannemario io sono vechia, io qui figli e nipoti” Lei sta bene, ma hanno bombardato anche città vicine alla sua, ma resta lì con “familia e amici di mia vita”.

Chiusa la telefonata, come penso sia normale,  ho avvisato tutti che avevo avuto notizie, esattamente come si faceva con i famigliari oltre oceano nel secolo scorso.

Tutti a dire: ma perché non torna? Tutti a pensare: ma perché questa ennesima guerra incomprensibile se non per i soliti oligarchi dell’Est e dell’Ovest.

Poi però ognuno di noi tende a guardare il mondo dal proprio punto d’osservazione ed è difficile, scindere l’occhio professionale e quello umano. Il nostro cervello tende a mescolarli, un algoritmo individuale ci porta inevitabilmente a osservare il presente e a interpretare il possibile futuro fondendo il nostro sentire e il nostro sapere.

E così immagino, per il ruolo e le conoscenze che possiedo, se peggiorasse ulteriormente la situazione che ci saranno milioni di profughi, ci saranno feriti e bambini senza più futuro. Vedremo scene indicibili, già viste nella ex Jugoslavia, ad esempio, ma la memoria è tanto corta.

Ma proprio perché la memoria non può tradirci, non ora e non in questa storia, non vorrei che prevalesse quella strisciante narrazione dove, come nei telegiornali di oggi, si dà spazio a borse, gas, grano. Perché una guerra per il gas, oggi che le bollette sono raddoppiate, è più digeribile per molti ed è meglio non pensare alle donne, agli uomini e ai bambini che lì stanno già soffrendo o avendo paura.

Io per rispetto alle persone che ho conosciuto, per le quali sento l’esigenza di raccontare l’umanità che ci hanno regalato, credo che non si possa fermarsi ad accettare l’ineludibilità del conflitto.

Dobbiamo essere consapevoli che quelle persone, quelle che ci hanno sostenuto per anni, sono lì e che le stiamo già dimenticando.

Penso e vorrei, che ora l’Europa fosse, coerente con il proprio Dna. Che iniziasse, subito, a prepararsi per curare chi ci ha curato, che predisponga corridoi per l’eventuale fuga. L’Italia non faccia come i Paesi Visegrad hanno fatto con noi, dica sin da subito che è disponibile a dare accoglienza. Immagino che si possa iniziare a pensare come garantire le cure sanitarie a chi sarà colpito da questa nostra guerra, non per fare passerelle a Fiumicino, ma per il maggior numero di bambini e persone possibile. Infine, l’Europa non si inventi nuovi fili spinati, ma dia ricovero alle persone in tutti, ribadisco tutti, i Paesi dell’Unione. Prepariamoci per una volta ad esserci per chi ci ha dato tanto, non aspettiamo che qualcuno inizi a urlare di “aiutarli a casa loro” perché per tanti anni, casa loro, è stata la nostra.

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