
La guerra non arriva in ospedale con il fragore delle esplosioni. Arriva quando il rumore è già finito.
Quando il mondo, distratto da un’altra emergenza, ha già voltato pagina.
La guerra ha il volto di una bambina seduta su una carrozzina.
La chiamerò Miriam. Non è il suo nome. Degli altri dirò soltanto che sono sua madre, una sorella e un fratello, arrivati con lei in Italia attraverso un corridoio umanitario.
I nomi possono cambiare. Le storie, invece, continuano a interrogarci.
Quando Miriam arriva in un ospedale della Sicilia non porta soltanto le conseguenze di gravissime lesioni provocate dalla guerra. La sua storia nasce nella guerra di Gaza, che ancora oggi continua a lasciare dietro di sé morte, distruzione e vite spezzate. Sotto le macerie sono rimasti il padre, una sorella, appena maggiorenne, e un fratellino che aveva quasi la sua età.
In pochi istanti una famiglia di sette persone era diventata una famiglia di quattro.
L’ospedale cura il corpo.
Ma la vita di una persona non coincide mai con la sua cartella clinica. Accanto ai chirurghi, ai fisiatri, ai terapisti della riabilitazione, agli infermieri e al neuropsichiatra infantile, il servizio sociale è chiamato a misurarsi con tante altre domande. Forse più difficili.
Che cosa accadrà quando le cure avranno restituito tutto ciò che la medicina può restituire?
Chi accompagnerà quella bambina fuori dall’ospedale?
Dove vivrà?
Come continuerà la riabilitazione?
Chi garantirà la continuità delle cure?
Come potrà frequentare la scuola?
Quale casa sarà capace di accogliere una carrozzina?
Quali diritti dovranno ancora essere riconosciuti?
In quale comunità potrà tornare semplicemente a essere una bambina?
Sono domande che non trovano risposta in un reparto.
Richiedono una rete.
Esiste una parte del lavoro sociale che difficilmente compare nei racconti. Non produce immagini. Non lascia cicatrici visibili. Non entra nei bollettini sanitari.
È fatta di riunioni, telefonate, relazioni, raccordi istituzionali, procedure amministrative, confronti continui tra servizi che appartengono a sistemi diversi ma che, davanti alla fragilità, devono imparare a parlare una lingua comune.
A uno sguardo distratto potrebbe sembrare soltanto burocrazia. In realtà è l’architettura invisibile dei diritti.
La storia di Miriam racconta qualcosa che riguarda il nostro tempo. Le vulnerabilità non si sommano. Ogni dimensione sostiene l’altra. Se una viene meno, anche le altre iniziano lentamente a indebolirsi.
Nel corso dei mesi la bambina viene dimessa dalla struttura ospedaliera. La famiglia ottiene la protezione internazionale, si ricompone e può finalmente entrare in una casa. Prosegue il percorso riabilitativo, mentre continua il follow-up specialistico.
Il compito del lavoro sociale non è riscrivere il passato. Nessuna professione possiede un potere così grande. Il suo compito è custodire il futuro finché la persona non riesce, poco alla volta, a tornare a immaginarlo da sé.
Ogni volta che una bambina sopravvissuta alla guerra torna a desiderare, a imparare, a costruire relazioni, a progettare il domani, non è soltanto la sua vita a cambiare. È la nostra idea di umanità che ritrova, silenziosamente, una possibilità di futuro.
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Rosa Zito, Sicilia
