“Vuoi tu essere assistente sociale?”. “Sì, lo voglio!”

A me piace il mio lavoro.

Sono una di quelle fortunate persone che possono affermare con orgoglio di amare profondamente la propria professione.

Oggi, tuttavia, è un po’ più difficile svolgerla.

Arrivo in ufficio e il telefono suona.

È un’anziana signora, la conosco, mi chiede aiuto per avere la spesa a casa. Il tono di voce non è il suo di sempre. “È preoccupata?”, le chiedo. “Eh un po’ cara. Tu no?”, controbatte lei.

Non so cosa sia meglio risponderle.  Scelgo di essere onesta. “Un po’ sì.  Sono giorni strani, insoliti. Ma andrà tutto bene signora, se lei ha bisogno di qualcosa mi chiami e vediamo di risolvere il problema insieme. Cosa sta facendo in questi giorni?”, penso che magari scambiare due parole la aiutino a trovare un senso di normalità. Forse. Non so. Nessuno all’università mi ha detto che avrei dovuto affrontare gli effetti socio-collaterali del covid-19, nessuno.  Non so come si fa. Improvvisiamo e via.

“Guardo la televisione. Ma te lavori lo stesso?”. Procede la signora. “Eh sì, se no lei chi chiama se ha bisogno di qualcosa? Mica voglio lasciarla da sola sa!”. Ride. Il tono della voce torna quello di sempre.

Suona di nuovo il telefono.

Ancora.

Un’altra volta.

Tante persone sole, altre che hanno bisogno di assistenza, di pasti a domicilio, di recarsi a fare la radioterapia in ospedale in giorni in cui i trasporti sociali vanno in tilt. Problemi su problemi, così mi ritrovo con un cubo di Rubik fra le mani: qual è la soluzione?

Provi e riprovi, fai ipotesi, chiami Tizio che ti consiglia di parlarne Con caio, alla fine un modo si trova.

“Andrà tutto bene”, ripeto a molti. “Adesso troviamo una soluzione”, rassicuro altri.

“Non si vergogni a piangere, lo facciamo tutti sa?” mi trovo a dire a una donna che ha le sue ragioni per stare male.

Apro le finestre. Disinfetto la scrivania. Metto l’Amuchina. Respiro un po’ senza mascherina, ah… che buona l’aria.

Si ricomincia: telefono, parole, annotazioni, cubo di Rubik.

Ed è soltanto l’inizio.

È come nei migliori matrimoni, questo lavoro: ci sono giorni in cui lo maledici, ma infondo sai che risponderesti ancora “Sì, lo voglio!”

S.B. Lombardia

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Le storie pubblicate sono testimonianze dirette o raccolte, di vicende personali e/o professionali degli assistenti sociali. Non hanno la pretesa di essere esempi universali, né di suggerire soluzioni, ma di raccontare, per chi scrive, cosa significhi questo lavoro. Anche in questi difficilissimi giorni.