Vedere la normalità in
una Comunità psichiatrica

Mi chiamo Maria, ho 33 anni sono assistente sociale da poco più di 2 anni. Sono sarda.. Amo il mio lavoro e cerco in tutti i modi di tutelarlo per noi professionisti, ma soprattutto per le persone che abbiamo il dovere di aiutare. Provo ogni giorno gratificazione e gioia in quello che faccio, adoro come sperimento me stessa prima come Maria e poi come operatrice e imparo sempre un qualcosa in più grazie agli altri.

Lavoro con e per i pazienti psichiatrici. Lavorare con la patologia psichiatrica è un continuo confrontarsi con la fragilità dell’ uomo; “imparare ad aiutare”, ascoltare e relazionarsi con le persone nella maniera più sana e concreta possibile è una messa alla prova costante. L’utenza inserita all’interno delle strutture si concentra su persone solite ad avere comportamenti devianti o che hanno commesso reati a causa di una patologia psichiatrica. Il percorso che si fa con loro è di tipo riabilitativo, attraverso la somministrazione costante di farmici e seguendo specifiche terapie idonee al mantenimento psicologico, integrando progetti educativo-riabilitativi (anche di tipo ricreativo), al fine ultimo di far acquisire alla persona una quanto più adeguata autodeterminazione e con la speranza di un reinserimento sul territorio.
L’intento è sostanzialmente quello di aiutare la persona ad aiutarsi, individuare cioè, percorsi specifici affinché ognuno possa a proprio modo, con i tempi dovuti e gli spazi adeguati reimparare ad avere un’autonomia di vita quanto più dignitosa.

Le strutture sono Comunità Psichiatriche ad alta intensità terapeutico-riabilitativa con residenzialità h24. La legge 180 da noi è arrivata con 20 anni di ritardo ed estenuanti lotte. Adoro ricordare questa parte della “nostra” storia perché è proprio all’arrivo di un gruppo di giovani e ben strutturate assistenti sociali, nel 1976, che l’ospedale psichiatrico si sperimenta al lavoro sociale, fatto di relazioni, solidarietà, recupero conviviale, dialogo reale col paziente, il quale per la prima volta veniva ascoltato e guidato nelle sue scelte.
La quotidianità della comunità per i ragazzi, ma anche per noi operatori, è scandita da momenti di svago, riordino degli ambienti comuni e camere, gruppi riabilitativi con l’equipe (educatori, OSS, infermieri), gestiti dalla psicologa, incontri con i medici dei Centri di Salute Mentale, visite mediche programmate, Amministratori di sostegno, familiari, avvocati. Per chi ha misure di sicurezza alternative alla detenzione (con libertà vigilata, pericolosità sociale), periodici incontri con le colleghe dell’UDEPE, questura, carabinieri, giudici tutelari. Periodicamente all’esterno delle strutture vengono organizzati pranzi in agriturismo o ristorante, gite fuori città.
Io la chiamo normalità.
Da fine febbraio la normalità è stata sostituita da tempi morti, insofferenza, ancor meno libertà e questa volta limitata da noi che dobbiamo educare ad essere liberi e autonomi.
Abbiamo dovuto cancellare le uscite all’esterno, vietare le visite a parenti e amici, dire troppi “no” che fanno male prima di tutto a noi. Ogni volta spiego loro la situazione, motivando il perché di tante restrizioni, ricordando che tutto viene fatto per tutelarli. E già! Perché loro hanno contatti solo con noi e la verità è che da quando ci sono stati i primi casi nella nostra città la paura è stata “siamo noi i loro carnefici, siamo noi che dall’esterno possiamo portare il virus. Siamo noi operatori quelli da allontanare2.
Ho riflettuto molto questi giorni, sulla situazione in Italia, su noi professionisti dell’aiuto e sui più bisognosi e se posso essere onesta, è tutto un gran casino! Cosa resta della relazione in una anormalità come questa che viviamo? Penso a noi operatori che ogni giorno veniamo qui per loro e quanti all’interno delle strutture sanitarie si stanno ammalando. L’impotenza uccide le nostre libertà.
Ogni giorno è come il gioco del domino, se cade una persona cadono tutte le altre del sistema: è un assurdo modello sistemico dove la relazione diventa disfunzionale: ognuno ruota intorno all’altro, ma senza toccarsi, senza una carezza, un metro o poco più, mascherine guanti, gel disinfettante per le mani. Odio lavorare così! Odio dove essere io a dire ai pazienti, “stai all’ingresso della porta”, “siediti lì”, “solo dieci minuti”. Odio dovermi limitare. Odio dover limitare loro. Mi rendo conto che, per la prima volta, operatori e pazienti sono dentro la stessa barca che affonda accumunati tutti dallo stesso obiettivo: stare sereni.
Ora capisco cosa provano loro quando, arrabbiati, chiedono di più. Oggi tutti noi vogliamo di più! Io voglio riuscire ad essere una brava operatrice anche in questa assurda situazione, voglio avere coraggio per me e per loro, ma a volte le parole mancano, un nodo alla gola soffoca la verità e vorrei avere la libertà di dire che è tutto difficile, che noi tutti ci siamo riscoperti fragili e abbiamo bisogno di aiuto e sostegno.
Voglio togliere quella barriera che ci hanno insegnato a tenere per un aiuto concreto: “empatici, ma distaccati per non cadere nell’invischiamento”. Qualcuno mi sa dire come si fa? Sono già invischiata allora? Perché da 20 giorni la mia vita è andare a lavoro e tornare a casa. Vivo stati d’animo differenti qua dentro, con i colleghi ma anche con i ragazzi, come si fa a separare tutto? Come si fa ad essere “professionista” in una confusione del genere? Perciò ho deciso di seguire il mio istinto, (ci hanno insegnato anche questo): vado avanti giorno per giorno e se anche alcune mie fragilità verranno “scoperte” dai miei utenti, vivrò tutto questo come normalità!
Perché voglio essere normale ai loro occhi; perché i loro occhi devono continuare a vedere normalità.

M.S. Sardegna


Le storie pubblicate sono testimonianze dirette o raccolte, di vicende personali e/o professionali degli assistenti sociali. Non hanno la pretesa di essere esempi universali, né di suggerire soluzioni, ma di raccontare, per chi scrive, cosa significhi questo lavoro. Anche in questi difficilissimi giorni.