Una speranza dopo l’abbraccio dietro le sbarre

Mi chiamo C., ho 33 anni e lavoro da otto anni nel sociale, ma da cinque come assistente sociale presso vari comuni del Friuli Venezia Giulia e Veneto.

Qualche tempo fa lavoravo comune che fa parte di una Unione di altri comuni  dove in precedenza avevo già prestato servizio. Mentro ero in  ufficio vengo chiamata dall’ educatrice della Casa Circondariale dove si trovava un signore di circa 50 anni che  aveva fatto il mio nome in quanto, in passato, avevo attivato per lui degli interventi di supporto socio economico.

Il signore stava scontando una pena detentiva per aver rubato del cibo presso una casa del paese. La rete familiare era assente, i genitori erano mancati anni prima, lui era figlio unico e la casa di cui era proprietario e dove aveva cresciuto era stata dichiarata inagibile. Gli amici del paese si erano tutti allontanati proprio nel momento in cui era entrato all’interno della Casa Circondariale lasciandolo completamente solo. Aveva chiesto di me e, nonostante fosse detenuto in un territorio che non era di mia competenza, ho chiesto al mio responsabile di poterlo prendere in carico.

Dopo vari contatti con l’educatrice, con il consenso del mio responsabile e del direttore dell’istituto di pena, sono riuscita ad organizzare un colloquio proprio all’interno della Casa circondariale.

Parto, dunque, dopo aver portanto con me alcuni beni di prima necessità (shampoo, vestiti..) perché dall’educatrice avevo saputo che quell’uomo non aveva nulla con sé.

In attesa di quel colloquio, chiusa in una stanza cercavo di pensare a tutte le parole ed ai discorsi di conforto che avrei utilizzato per fargli accettare il tempo della detenzione. E poi a cosa gli avrei detto sul suo futuro fuori dal carcere.

Ma tutto quello che avevo preparato è svanito in pochi secondi quando, entrato nella stanza, quell’uomo si è lasciato andare in un lungo pianto e mi ha abbracciata.  Certo, non era professionale accogliere il suo abbraccio, ma non sono riuscita a respingerlo. Quello era il suo modo di ringraziarmi.  E così, dopo un anno che non lo vedevo, ho pensato a quando l’avevo conosciuto, quando dormiva in una stanza all’interno di un campo sportivo e l’ho rivisto com’era quel giorno: aveva rubato da mangiare e per questo era rinchiuso in una cella con persone di cui aveva paura senza che nessuno, dico nessuno, a parte me, fosse andato a trovarlo.

La storia per fortuna è finita bene! Grazie alla collega dell’Ufficio Esecuzione penale esterne siamo riuscite ad inserirlo in un progetto di recupero e a fargli scontare gli ultimi mesi fuori dalla Casa circondariale. Ci sono stati vari momenti che hanno messo in discussione tutto, come  spesso accade soprattutto con le persone fragili che hanno bisogno di un continuo sostegno. Ma oggi ha avuto in assegnazione una casa di edilizia pubblica e svolge delle ore di tirocinio in affiancamento agli operai del comune di residenza.

C.T. Friuli Venezia Giulia


Le storie pubblicate sono testimonianze dirette o raccolte, di vicende personali e/o professionali degli assistenti sociali. Non hanno la pretesa di essere esempi universali, né di suggerire soluzioni, ma di raccontare, per chi scrive, cosa significhi questo lavoro.