Una piantina vulnerabile che splendidamente resiste, vive e cresce

Jacopo e Silvia accedono al mio ufficio per presentare una domanda.

Jacopo e Silvia sono interessati a compilare la richiesta per una misura di sostegno al reddito in cui, da come hanno sentito dire, potrebbero rientrare.
Hanno poco più di vent’anni, ma stanno insieme da tanto tempo. Hanno figli e, per fortuna, una famiglia che li aiuta economicamente.
Entrambi vorrebbero lavorare, entrambi non sono mai riusciti ad essere indipendenti.
Mi ascoltano e quando parlo del progetto di intervento che, in caso di accoglimento della domanda, saremo chiamati a costruire insieme, Jacopo annuisce con una sorta di fanciullesca leggerezza, mentre Silvia decide intimamente che è il momento di stimolare il compagno, con una delicatezza unica, a dire qualcosa in più di sé.
Jacopo racconta allora che da anni è seguito dal Servizio Territoriale per le Dipendenze Patologiche e lo fa come se distrattamente prima se ne fosse dimenticato o non lo avesse reputato importante.
Una volta pervenuto l’accoglimento della domanda, rintracciare telefonicamente Jacopo e Silvia diviene impossibile.
Nel giorno in cui decido di inviare una convocazione per iscritto, loro decidono di tornare insieme, sempre insieme, al mio ufficio per condividere il buon esito della domanda (che hanno potuto appurare autonomamente) e per riferire che i loro cellulari sono entrambi bloccati per dei problemi tecnici.
Così inizia ufficialmente il nostro viaggio che dovrebbe puntare, ci dicono, verso l’affrancamento dalla povertà.
Nel breve/medio tempo si fissano colloqui di approfondimento, si concertano le azioni processuali, si coinvolge il Servizio Dipendenze Patologiche, si valuta, si co-costruisce uno specifico progetto di aiuto che vede nello strumento del Tirocinio di Inclusione Sociale la prima risorsa da mettere in campo, possibilmente, per entrambi gli adulti.
Jacopo e Silvia sono disponibili, rispettano impegni e orari, mostrano pazienza nei confronti di questa entità astratta che è “il progetto”. Inoltre ascoltano fiumi di parole, ne spendono poche, ma le accolgono e non ne sono infastiditi.
Il lavoro di individuazione sul territorio di potenziali Enti ospitanti per altrettanto potenziali tirocinanti mi impegna personalmente. Ne emerge presto una realtà industriale relativamente giovane, in crescita e sicuramente aperta all’altro. L’ambito di operatività mi sembra più consono ad un uomo e, anche se non credo si coniughi propriamente con le inclinazioni e i desideri di Jacopo, decido comunque di parlargliene. Pronta a ricevere un no, raccolgo invece due sorprendenti sì dato che anche Silvia vuole avere una possibilità.

Seguono moltissimi interventi: colloqui di preparazione, accessi programmati in azienda insieme agli interessati, esercizi plurimi di mediazione, colloqui di sostegno psico-sociale e ancora mille formalità burocratiche da espletare e attraverso le quali accompagnare gli altri attori coinvolti. Il micro-obiettivo progettuale, alla fine, si raggiunge.
A posteriori posso dire che il percorso di aiuto non è stato lineare né perfetto, ma reale. Fatto di scelte, ripensamenti, problemi, negoziazioni, entusiasmo, paure, sorrisi, lacrime e abbracci.

Silvia e Jacopo non si sono risparmiati e hanno messo in campo una risorsa inestimabile: la verità. Ed è stato un onore vederla perché, secondo il mio parere, la verità non è il punto di partenza che dobbiamo pretendere dai nostri “utenti” fin dal primo incontro, ma una conquista che passa inevitabilmente per un rapporto di fiducia da alimentare e meritare. Non è stato tanto l’avvio di un Tirocinio di Inclusione Sociale (e non due come “il programma” ad un certo punto prevedeva) a stupirmi professionalmente e umanamente, quanto il resto. Il percorso, appunto.
Oggi nel pensare a Jacopo e Silvia visualizzo nitidamente una piantina con le radici fragili e forse malate. Con fiori belli e colorati, ma foglie qua e là evidentemente logorate.
Una piantina vulnerabile che splendidamente resiste, vive e cresce.

S.G. Marche


Le storie pubblicate sono testimonianze dirette o raccolte, di vicende personali e/o professionali degli assistenti sociali. Non hanno la pretesa di essere esempi universali, né di suggerire soluzioni, ma di raccontare, per chi scrive, cosa significhi questo lavoro. Nelle emergenze nazionali e mondiali e nella quotidianità che, per questa professione, è sempre emergenza.