Una cura
che vale la pena

Giorgio ha 17 anni è stato adottato all’età di 6 anni, viene da una famiglia difficile del Sud Italia e vive a Roma. Anche il fratello maggiore è stato adottato da un’altra famiglia che risiede nella stessa città. Mentre il più piccolo vive presso una famiglia residente in Toscana.

Venivano legati nel letto da piccoli. Il padre era carcerato e la madre, con precedenti penali per spaccio “non aveva tempo di occuparsi di loro”.

I genitori adottivi si sono in seguito separati ed il padre ha smesso di avere contatti con Giorgio e la sua ex moglie, ricreandosi un’altra famiglia. Giorgio ha comportamenti violenti in casa, esce e non si sa chi frequenti. Non riesce a stare seduto, a studiare e spesso si assenta da casa e da scuola senza preavviso. Gli insegnanti riferiscono serie difficoltà sia per il comportamento che nella didattica. Questi problematiche sono state rilevate fin dall’infanzia.

Al Servizio per le dipendenze si presenta la madre, per due colloqui poiché non riesce a convincere Giorgio a venire e parla sia con la psicologa che con l’assistente sociale. La donna è stata costretta a denunciarlo per percosse familiari.

Giorgio viene affidato all’Ufficio di servizio sociale per i minorenni che ci richiede di collaborare su un progetto di messa alla prova e fissa un primo appuntamento a cui la stessa collega dell’Ufficio lo accompagnerà.

Al primo colloquio il ragazzo arriva recalcitrante, gli infermieri devono calmarlo fin dal corridoio. Ci racconta lui stesso di essere molto chiuso, di non volere esprimersi, né di sapersi esprimere.

Il colloquio dura però più di un’ora, in un susseguirsi di lacrime e racconti del ragazzo e della madre. Emerge  un profondo disagio della mamma incapace di contenerlo e, nel ragazzo, una bassissima autostima, un profondo senso di colpa e di inadeguatezza. Un costante tentativo di “non sentire dolore”.

Inizia una fase di valutazione al SerD: analisi, colloqui clinici e psicosociali, colloqui familiari.  Il progetto viene fatto firmare allo stesso ragazzo, alla madre e al padre. Le analisi rilevano positività ai cannabinoidi e solo inizialmente una positività alla cocaina. Solo dopo alcuni colloqui con la madre, il ragazzo accetta la terapia farmacologica “minima” (stabilizzatore dell’umore) che gli aveva proposto il medico.

Dopo circa tre settimane dal primo colloquio in équipe si decide comunque di segnalare il caso al  Presidio di Prevenzione e Interventi Precoci Salute Mentale che gli dà  appuntamento dopo 29 giorni dalla richiesta e stabilisce un secondo incontro dopo un altro mese per il controllo della terapia farmacologica. Sempre al Presidio una psicologa fa un test cognitivo che però dà un risultato che non permette la presa in carico da  parte del TSMREE (Tutela Salute Mentale e Riabilitazione dell’ Età Evolutiva) che svolge funzioni di prevenzione, tutela, diagnosi, cura, riabilitazione, inserimento scolastico e sociale.

Nel frattempo però il ragazzo sparisce per due giorni da casa ed è coinvolto in una rissa a scuola; non prende più farmaci, ma chiede aiuto dimostrandosi disponibile al solo colloquio con l’équipe del Servizio per le dipendenze.

Il ragazzo inizia ad accettare l’idea di una “casa famiglia” di una struttura dove poter pensare solo a sé stesso. Ma è la madre stavolta a rifiutare tale ipotesi mentre si avvicina l’udienza per la definizione della messa alla prova e l’USSM chiede un inserimento veloce in struttura e propone al giudice l’affidamento al servizio sociale.

Nel mese di dicembre 2017 Giorgio fa ingresso presso una Comunità  terapeutica, dove attualmente si trova e viene inserito nelle attività lavorative ed educativo-ricreative della struttura e cerca di impegnarsi nel settore studio per raggiungere l’obiettivo del conseguimento del diploma di scuola media superiore.

La vita in Comunità si rivela difficile per Giorgio in quanto presenta non poche difficoltà nelle relazioni con gli altri, si mostra diffidente nei confronti degli operatori ed alcune volte esplode in episodi di rabbia o si isola totalmente. Tuttavia, poco alla volta inizia a mostrare una graduale apertura ed un coinvolgimento emotivo che gli consente di investire più a fondo nelle relazioni con gli altri, nei gruppi terapeutici e nelle attività previste dal programma.

Si lavora, a volte con qualche difficoltà, sulla comunicazione e sulla relazione con la madre adottiva e con il fratello biologico di Giorgio che spesso lo va a trovare in Comunità, che partecipa alle giornate dedicate ai familiari dei ragazzi presenti in struttura e che funge da trait d’union tra il fratello minore e la madre biologica che desidera rincontrarlo.

Il giovane, sostenuto da professori che a titolo gratuito formano i ragazzi della struttura, sostiene gli esami di terzo e quarto anno presso l’IPSIA del territorio presso cui è inserita la Comunità terapeutica.

Al termine del progetto di Messa alla Prova conclusosi positivamente dopo 12 mesi, il Giudice del Tribunale per i Minorenni concede al giovane un prosieguo del beneficio per altri 9 mesi da effettuare sempre in Comunità.

A fine agosto 2019 il ragazzo intraprende la seconda fase, di reinserimento residenziale, prevista dal programma, iniziando a trascorrere week-end di verifica presso l’abitazione della madre. Si lavora in rete per sostenere la madre in questi momenti di condivisione con il figlio e per cercare di delineare un progetto di reinserimento sociale. A tal riguardo si valuta la soluzione di una semi-autonomia, sia per quanto concerne gli aspetti alloggiativi che lavorativi e, per accompagnare Giorgio in questo percorso, il Municipio attiva quell’alleanza terapeutica che chiamiamo “Compagno Adulto”, ovvero un intervento innovativo e complesso che si pone l’obiettivo di accompagnare e sostenere il ragazzo nei suoi compiti evolutivi mediando tra realtà interna e realtà esterna per permettergli di usare al meglio sia le proprie risorse che quelle del contesto ambientale.

Il futuro è tutto da scrivere.

Servizio sociale Roma

*Le storie pubblicate sono testimonianze dirette o raccolte, di vicende personali e/o professionali degli assistenti sociali. Non hanno la pretesa di essere esempi universali, né di suggerire soluzioni, ma di raccontare, per chi scrive, cosa significhi questo lavoro.