“Un venerdì sera, quando i pensieri restano al lavoro. E io torno a casa…”

E’ venerdì. Si conclude un’ altra settimana, faticosa e lunga. Ma io non riesco a staccare la testa dal lavoro, dai pensieri. Sono preoccupata perché mi sembra che diverse situazioni, pensate, progettate, ragionate e poi finalmente attuate non stiano andando come vorrei, come era stato ipotizzato.

Una tra le tante mi occupa i pensieri.
È finalmente partito quell’ affido part- time di cui la famiglia che seguo da qualche mese ha così necessità per andare avanti. Una storia di immigrazione con la speranza di una vita migliore in Italia, le cure per il bambino più piccolo che ha una disabilità, la scuola per il maggiore così sveglio ed energico. E invece la salute mentale della mamma crolla, con il lookdown e la chiusura delle scuole. Non regge, chiede aiuto in maniera prepotente con i tanti ricoveri ospedalieri procurati ingurgitando farmaci a casa. Il marito, che non vuole rinunciare al suo sogno di famiglia, lavora poco pur di occuparsi dei bimbi, al posto della moglie
E poi ci siamo noi, l’ assistente sociale, l’ educatrice domiciliare, il servizio di salute mentale, il centro di socializzazione per il bambino maggiore, il servizio sanitario dell’ infanzia, il centro affidi. Siamo tanti, si è creata una rete intorno a questa famiglia. Ed è stato tanto  faticoso costruirla quanto è faticoso portarla avanti. Siamo come tanti pezzettini di un puzzle, e io sono il collante. A volte mi sento sfiancata, perché spesso qualche pezzetto va da sé, non riesco a tenerlo ancorato al disegno complessivo e mi sento responsabile e frustrata, talvolta proprio arrabbiata.
Sono pochi giorni che, dopo tanta fatica a trovare una famiglia disponibile ad accogliere un bambino disabile, gli incontri per spiegare la situazione, per fare incontrare le due famiglie, farle amalgamare, costruire un progetto che rispettasse i tempi del bambino e le esigenze degli adulti…ecco i problemi. Ripensamenti della famiglia affidataria.
E cosi la settimana si chiude con una scia di preoccupazione, di angoscia.
Penso che ho scelto un lavoro che non finisce quando si chiude la porta dell’ ufficio o in tempi di Covid si spegne il computer. Il mio lavoro mi accompagna anche quando preparo la cena per la mia famiglia, mio figlio mi parla e si accorge che non lo ascolto. Allora mi scuoto,mi ricordo che oltre ad essere un’assistente sociale sono anche una mamma e una moglie, mi dico che adesso è il tempo di dedicarmi alla mia famiglia, essere con loro con il corpo e con la mente.
Eppure in certe sere è più difficile farlo, stasera è una sera di quelle.
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E.T. Toscana