Tra medici e infermieri perché non sia la solitudine a uccidere

Mi alzo tutte le mattine per fare una buona colazione e preparare le cose per la giornata, perché devo andare in ospedale a lavorare. Sono l’assistente sociale dell’ospedale di G. da tre mesi, ho sostituito una collega che è andata in pensione a fine anno.
Perché ho deciso di cambiare servizio? Perché avevo bisogno di cambiare ruolo, di ritrovare tempi di lavoro più in sintonia con quelli della mia vita, per riequilibrare le priorità e dare loro il giusto spazio, per sperimentarmi in un altro ambito di lavoro. A distanza di neanche tre mesi mi ritrovo in questa emergenza, che per definirla tale dovrebbe avere un’estemporaneità non prevista, con una durata variabile, ma finita. Ma questa emergenza non finisce, non sta finendo.
Ho lavorato per vent’ anni in una tutela minori e so bene cosa vuol dire essere in emergenza, stravolgere la giornata lavorativa perché arriva una segnalazione di maltrattamento per un bambino o per una donna, una mamma da collocare con i suoi figli e stare in straordinario. La sensazione di non avere certezze e riferimenti, di vivere alla giornata e non sapere cosa accadrà domani, la paura delle aggressioni, delle minacce, l’ansia delle scelte e delle decisioni.
Ora, ogni giorno è così.
Ho capito che l’ospedale dove lavoro sarebbe diventato Covid-19 tramite un comunicato stampa del direttore dell’azienda; mi aspettavo un incontro ufficiale dove ci avrebbero spiegato cosa avremmo dovuto fare e cosa sarebbe cambiato? Forse sì. Ma nulla di tutto questo. Di giorno in giorno, di ora in ora ho imparato cosa stava succedendo e come me tutti gli altri infermieri e medici.
Io sono l’unica assistente sociale e lavoro principalmente con sanitari, mi occupo di curare le dimissioni protette, dei rapporti con i servizi territoriali e tanto altro che sto ancora imparando a fare e a capire.
Ora che tutto l’ospedale è diventato Covid-19 le dimissioni sono poche, se non quelle ultime dell’ultimo reparto “normale” ancora in vita.
Le persone da dimettere secondo il protocollo aziendale si sono ridotte drasticamente, ci siamo chiesti come mai non arrivassero più persone con fratture, infarti, ictus e altro, ma principalmente con problematiche collegate alle vie respiratorie e classificate con “probabile covid-19”, in attesa di tampone.
E adesso cosa faccio? Come posso dare una mano? Mi sono chiesta. Mi è stato chiesto di occuparmi di tenere le relazioni tra i degenti ricoverati e i loro famigliari, soprattutto per le persone che non hanno un cellulare. Alcune di queste arrivano al pronto soccorso con una borsa e un cellulare, altri non hanno niente oppure se hanno un cellulare sono in difficoltà ad usarlo.
Da quel momento ho capito di cosa mi sarei occupata: entro nei reparti, a seconda delle segnalazioni che arrivano dai caposala. Prendo l’elenco dei ricoverati e guardo la data di nascita e parto dai più anziani, quelli che presumibilmente sono in difficoltà con la tecnologia, sperando che i più giovani, i tanti giovani ricoverati, siano dotati di un telefono.
Capisco dagli infermieri se ci sono le condizioni per fare una chiamata, contatto i famigliari a casa e mi preparo.
C è una linea tracciata nel corridoio del reparto, un nastro appiccicato a terra, segna che da una parte c’è pulito, dall’ altro c’è infettato. Le porte delle camere sono chiuse, appiccicate ci sono delle striscioline con i nomi dei degenti; a fianco di ogni camera ci sono bidoni per il materiale da buttare perché infetto e i carrelli con i cambi e disinfettanti. Io non sono un’infermiera, non so come ci si disinfetta, ci si veste e ci si sveste, ma l’ho imparato velocemente e forse qualche errore l’ho fatto.
Ho visto il video on line di formazione e poi la collega infermiera che mi guidava mi ha dato qualche dritta.
Il primo giorno è stato direi piuttosto da panico, avevo paura… paura di cosa? Non riuscivo a capire bene di cosa avevo paura, paura di infettarmi? Paura di ammalarmi e di ammalare la mia famiglia? Paura della morte? Beh’ un po’ tutto questo, un po’ paura dell’incertezza, dell’insicurezza, del non sapere cosa è. Perché non lo vedi, non lo senti, il virus, sai solo che ti devi coprire dalla testa ai piedi e cambiarti tutto quando esci dalla porta di una camera e rivestirti per la camera successiva.
Doppi guanti, quelli bianchi e quelli blu, camice verde sopra, calzari, ecc…. Dopo il primo giorno avevo imparato a mettere copricapo mascherina e occhiali in modo tale che non mi facessero male durante le ore trascorse in reparto. Mi premunivo di non bere prima di entrare per non sentire lo stimolo di andare in bagno, perché non ci sarei potuta andare.
Sono una persona che ha sempre mangiato e dormito nei boschi senza problemi, sono andata a casa di gente con odori e schifezze varie, e ora tutto questo igienizzare e non toccare e seguire i vari passaggi della vestizione e svestizione è veramente una fatica.
Io non sono un’infermiera mi sono detta, eppure sono entrata nelle camere, mi sono avvicinata alle persone e ho chiesto loro come stanno, di cosa hanno bisogno, ad alcuni ho fatto fare delle videochiamate con i loro familiari. Molti si sono emozionati, commossi, alcuni erano talmente demoralizzati che non sapevano dire nulla, ma più di tutto hanno ringraziato, per averli tolti anche se per pochi minuti dalla solitudine.
Luisa, ultima camera sulla destra, secondo piano mi ha detto di avere la stessa maglia e lo stesso pantalone da una settimana, da quando è stata ricoverata, “meglio che pensi a stare bene, quello è l’importante” le dicono. Ma lei è chiusa in quella camera tutto il giorno e tutta la notte, gli infermieri e i medici entrano per i pasti, la terapia, le visite, ma poi i degenti devono stare chiusi dentro. Appunto da soli. E ho cominciato a sentire l’angoscia. E ho sentito la loro angoscia, la loro solitudine, la loro paura di non sapere cosa sarebbe successo e la mia grande impotenza di non poter fare niente di più.
Ho fatto “solo” questo, ho dato loro conforto per qualche minuto.Una figlia ha mandato un messaggio dicendo “è stato il più bel regalo che mi potevate fare, forse era l’ultima volta che vedevo mio padre”. Nell’altro letto c’era un signore sulla carrozzina con il respiratore attaccato, io lo guardavo perché stava male e gli ho chiesto più volte se aveva bisogno di aiuto, lui non riusciva a dire una parola, aveva bisogno solo di un po’di respiro in più e sono uscita da quella stanza con il pensiero di quell’ uomo, che non so se è ancora vivo.
Ho cominciato a preparare indumenti da portare nei reparti, ho detto ai capo sala che se avevano notizia di qualcuno che non aveva cambi io ne avrei procurati. E così ho mandato qualche messaggio in giro, a mia madre, cercando persone di taglie diverse per recuperare un pigiama e qualche maglietta. Ho scritto ad un paio di colleghe e loro hanno capito subito perché stavo chiedendo questo e nel giro di poco avevo l’ufficio allestito. Non è vero che non serve una maglietta pulita, non è vero che non serve uno spazzolino; quando sei chiuso dentro ad una camera e sei anziano e non vedi e non senti nessuno, tutto serve, e la videochiamata è un salvavita.
E ho portato i vestiti a Luisa.
Quando esco devo disinfettare tutto, anche il telefono, che è protetto da una plastica che devo cambiare tutte le volte, il badge, la penna, qualunque cosa sia stata esposta. L’ultima volta mi sono trattenuta di più con una persona in una camera e l’infermiera mi ha detto che quella mascherina che indossavo non proteggeva per un tempo lungo, ma io non lo sapevo, o forse non me lo ricordavo.
Le infermiere mi hanno passato qualche loro camice e pantalone.
Quando entro in reparto non mi si conosce, già devono ancora capire chi sono e ora dietro a occhiali, maschere e camice è impossibile. Così ho scritto su un adesivo appiccicato al camice esterno il mio nome e il mio ruolo e ho ri-lasciato il mio numero di telefono, per qualunque bisogno: per gli anziani non autosufficienti che non possono tornare a casa e bisogna trovar loro un posto dove stare dopo la dimissione e così pure le persone giovani, magari autosufficienti, ma che devono finire la quarantena e non possono stare a contatto con i loro famigliari.
Perché il problema adesso è questo, dove possono stare queste persone? Alcune strutture non autorizzano più gli ingressi, i servizi assistenziali territoriali sono pieni e non riescono a sopperire a tutte le richieste e chiedono garanzie per evitare il contagio.
E’ utto un sistema che si è complicato, che sta impazzendo per riuscire a dare risposte, per riuscire ad aiutare le famiglie che si ritrovano a casa anziani dall’oggi al domani e sono tutti estremamente in difficoltà, il peggio è quando una famiglia non c’è.
Quando arrivo a casa dall’Ospedale la prima cosa che faccio è mettere tutto da lavare quello che ho addosso e mi viene da pulire e disinfettare tutto. Non sono mai stata né maniaca del pulito, né ossessiva dell’igiene e così pure la mia famiglia, ma ora, non so, lo sono diventata?
Ripasso le superfici di casa, cambio letti e copridivani. Da giorni dormo nella cameretta rubata al figlio maggiore per timore di infettare qualcuno, semmai ho contratto il virus anche io. Servirà? Non lo so.
Quando arriva sera e sento il bollettino, mi viene un colpo al cuore, perché quelle persone che ho visto al mattino forse sono morte dentro una stanza di Ospedale, da sole. Evito di leggere notizie, le vivo già durante il giorno ed è sufficiente. Medici e infermieri, non lo so, si sono fatti la corazza, anche io, mi dico, lavoro da anni con il disagio e la sofferenza, ma ora è più faticoso.
Ho ripensato in questi giorni a Bibbiano, a tutto lo schifo che ci hanno buttato addosso e ora mi guardo, e tanti come me, a fare ciò che non avrei mai pensato di dover fare, ad adattarmi a questa situazione folle, reinventando ruolo e compiti, pensando a un modo per essere di aiuto, trovando le parole giuste, quelle al posto di qualcun altro, e tutto questo, al di là dei ruoli, dei protocolli, delle regole scritte, perché ora è tutto soverchiato e ci vorranno mesi e mesi prima di poter ritrovare un po’ di calma ed un nuovo equilibrio.
Penso alle enormi capacità della nostra professione di stare sul campo, di sporcarsi le mani, di saper ascoltare la gente, di stare a fianco degli ultimi o comunque di tutti quelli che sono in difficoltà, di saper condividere con loro un pezzo di strada cercando di dare anche solo un po’di conforto, a fianco di medici e infermieri.
E’questo il mio ruolo? Ora poco importa.
Ho fatto il giro dei quattro piani dell’Ospedale in questi giorni, io con un’infermiera ci siamo aiutate e domani che è lunedì, devo ripartire e rifare il giro.

M.C. Emilia Romagna


Le storie pubblicate sono testimonianze dirette o raccolte, di vicende personali e/o professionali degli assistenti sociali. Non hanno la pretesa di essere esempi universali, né di suggerire soluzioni, ma di raccontare, per chi scrive, cosa significhi questo lavoro. Anche in questi difficilissimi giorni.