Rsa, sorgerà il sole dopo una notte di brutti sogni

Sono un’assistente sociale e lavoro in una RSA del Piemonte.

Che cosa ha significato per me l’espansione del Covid-19 in Italia?

Ero abituata a passare davanti alla reception della nostra Residenza e vedere sui tavolini del bar numerose tazzine, caffè, cappuccini, bicchieri. Sentivo chiacchiere e risate, a volte scorrazzavano le gambette di qualche nipotina, tra le sedie della sala da pranzo.

Per prima cosa, le voci e le risate sono uscite una ad una, fuori dalle porte della nostra Residenza: prima abbiamo chiesto di limitare le visite dei parenti e poi le abbiamo del tutto vietate.

Passando dalla reception ho iniziato a vedere i tavolini del bar semi vuoti, i posti a sedere occupati da poche schiene curve, sempre le stesse.

Sospesi tutti i colloqui, gli appuntamenti e le visite sul territorio, io e la mia collega assistente sociale abbiamo iniziato a dedicare il nostro tempo a intessere legami.

Costretti a non vedere più i loro parenti, i nostri ospiti avevano bisogno di un modo per potersi affacciare al mondo. E così, insieme all’educatrice, abbiamo aperto una finestra, una piccola finestra rettangolare, capace di connettersi in qualsiasi posto della città, anche fuori regione. Ogni giorno accendevamo il tablet aziendale e organizzavamo videochiamate per far chiacchierare genitori e figli, nonni e nipoti.

Il signor M. non smetteva di toccare la liscia superficie del tablet per accarezzare e baciare i volti luminosi della sua famiglia.

La signora A. ha persino ricevuto gli auguri di compleanno in una videochiamata di gruppo e sui quadranti dello schermo ha potuto osservare tre generazioni: se stessa, le sue figlie e le sue nipoti. Il suo animo è rimasto leggero per ore e ore quel pomeriggio.

Un po’ per il decadimento cognitivo, un po’per l’emozione, il signor P. non è riuscito ad articolare una frase quando ha visto suo nipote sbracciarsi per salutarlo, ma terminata la chiamata, le sue guance sorridenti si sono rigate di lacrime e le sue labbra si sono debolmente schiuse per sospirare “è cresciuto”.

Poi, il primo caso Covid dentro la nostra Residenza.

La piccola finestra aperta sul mondo, per un tempo, si è spenta.

Sono state applicate tutte le misure previste per limitare ulteriormente i contatti all’interno della struttura, i nostri ospiti hanno cominciato a trascorrere tutto il giorno nelle loro stanze, ciascuno in una camera diversa, soli.

Passando dalla reception, allungo lo sguardo verso il salone: i tavoli sono vuoti, il bar chiuso, l’aria silenziosa.

Non so cosa significhi per voi associare la parola Covid alla parola RSA, né quali immagini si staglino nella vostra mente.

Per i nostri ospiti, da dentro queste mura, il Covid si sta pian piano trasformando soltanto in una lunga sensazione di solitudine.

Ed è contro questo nemico che adesso abbiamo iniziato a combattere: speriamo ogni giorno che ci sia bel tempo, per poter accompagnare in giardino, a turni, gli ospiti che possono uscire dalle camere.

Per farlo, uno di noi li aiuta ad entrare uno alla volta in ascensore, un altro li aspetta in giardino, una terza persona igienizza l’ascensore prima di rimandarlo ai piani, e così via, per tutti, finché il gruppetto è terminato. La trafila è lunga, ma la loro gioia è la nostra ricompensa.

Quando siamo fuori mettiamo la musica e speriamo che gli apparecchi acustici di chi non può uscire dalla camera funzionino, in modo che possano sentirci e affacciarsi alla finestra.

Per alcuni, l’altro giorno è stata la prima volta dopo più di un mese in cui sono usciti sulla terrazza, mentre noi eravamo in giardino. È stata una gioia vederli godersi il sole!

Tutti i giorni io e la mia collega assistente sociale chiamiamo tutte le famiglie degli ospiti per raccontare loro quali misure applichiamo e quali attività riusciamo a svolgere, in modo che possano sbirciare attraverso la nostra voce dentro la Residenza e avere la sensazione di essere qui con noi, anche se distanti. Mandiamo loro foto e video, per chi ha più bisogno, organizziamo nuovamente le videochiamate. La signora M. ha cominciato a mangiare di nuovo solo dopo aver visto sua figlia attraverso la piccola finestra digitale.

Ancora qualche settimana e potremo organizzare le visite dei parenti all’interno della Residenza.

Con le loro schiene curve, i nostri Ospiti aspettano quel giorno, come i bambini lo spuntar del sole dopo una notte di brutti sogni.

Da dentro queste mura, anche io aspetto quella nuova storia da raccontare.

T.C. Piemonte
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Le storie pubblicate sono testimonianze dirette o raccolte, di vicende personali e/o professionali degli assistenti sociali. Non hanno la pretesa di essere esempi universali, né di suggerire soluzioni, ma di raccontare, per chi scrive, cosa significhi questo lavoro. Anche in questi difficilissimi giorni.