Reddito di cittadinanza: una riflessione frutto dell’esperienza vissuta sul campo

C’è chi lo denigra, chi lo elogia, chi ci lavora, chi non vuole lavorarci, chi lo considera una forma di assistenzialismo senza futuro. Ne stiamo sentendo di ogni su questo beneficio economico, ma siamo andati in fondo, magari chiedendo a chi ci lavora, cosa realmente ne pensa? Cosa cambierebbe o cosa aggiungerebbe a questo sussidio? Bene, dopo circa due anni e mezzo che stiamo formandoci, crescendo, documentandoci per il bene dei nostri percettori, penso che sia doveroso dare anche un rimando da parte nostra. Questa forma di beneficio economico ci ha permesso di conoscere nuove persone o approfondire conoscenze già in essere sui nostri servizi.

Persone già in carico o in passato conosciute, tramite le convocazioni, d’obbligo per la gestione delle pratiche, sono nuovamente tornate presso i servizi per definire insieme un percorso da attuare come prosieguo del beneficio economico. Bene, la persona, se in possesso dei requisiti, è stata esclusa o esonerata, proprio in base alla conoscenza pregressa della stessa, senza creare ulteriori difficoltà nel doversi mettere, a volte a nudo, davanti a differenti o nuovi operatori. Chiedere alle persone, seppur sono loro che si rivolgono ai servizi, sulle loro difficoltà economiche, sui loro disagi, a volte li porta ad avere una maggiore difficoltà ad aprirsi e ad offrire, all’altro che hanno dinanzi, i loro pensieri, sentimenti, paure, timori. Siamo si professionisti, a volte custodi dei loro timori e paure più grandi. Con la dovuta sensibilità e attenzione pertanto, stiamo tutte cercando di supportarli e non farli sentire inadeguati (bersagliando tutti questo sussidio). Se invece, la conoscenza era da approfondire, da migliorare, abbiamo iniziato e stiamo continuando a crearci degli strumenti che possano supportarci nella progettazione con gli stessi.

Una buona percentuale di persone non era conosciuta, non si erano mai rivolti ai servizi e palesando delle difficoltà economiche, alla nostra domanda: “Come mai non si è rivolto a noi già in passato, se realmente c’era il bisogno” la risposta è stata o “ non pensavo di poterlo fare” oppure “ volevo evitare per vergogna” o simili profili. Non nego inoltre che, non essendoci sempre una buona rete sui territori, giungendo delle persone con delle palesi difficoltà, già seguiti da servizi specialistici, ci siamo messi in rete, un po inizialmente costretti a dovere fare dei percorsi congiunti e a non diventare solo degli erogatori di contributi economici al bisogno. Stiamo lavorando sulle progettualità, stiamo lavorando con i servizi e soprattutto con le persone.

Ci è stato chiesto di partire con i PUC, quando ancora non c’era un’ idea sul potenziamento dei servizi, facendo su tutti i territori degli sforzi immensi per trovare il tempo il personale e per riuscire a stare dietro a tutta la rendicontazione. Siamo una professione che non abbassa lo sguardo e pertanto, anche se in difficoltà, stiamo lavorando per migliorarci e migliorare.

Anche le difficoltà incontrate, non sono delle indicazioni per la “demolizione” di questo sussidio ma degli approfondimenti che suggeriscono delle modifiche, aggiunte. Per esempio, In fase di presentazione della domanda, i servizi preposti, forse per struttura, forse per tempo, non hanno molte volte fornito tutte le informazioni o le informazioni corrette, soprattutto con la cittadinanza straniera. Capire, per uno straniero, cosa possa essere, in cosa consiste realmente la residenza, può la domanda in sé trarre in inganno se non ben strutturata o spiegata.

Di conseguenza, erogare il beneficio economico a monte, prima di richiedere la verifica dei requisiti alle anagrafi , ha fatto sì che alcune persone percepissero il beneficio in maniera impropria. Ovviamente non sono tutti degli sprovveduti e tra questi ci sono quelli che volutamente hanno tentato un vero e proprio “furto”. Per evitare tutte queste, incomprensioni, errori o illeciti, forse potremmo chiedere di effettuare in anticipo le verifiche per poi procedere all’erogazione del contributo.

Altra aggiunta che mi sento di fare è la possibilità di avere uno spazio più ampio di azione nella programmazione delle risorse, mi spiego meglio. Nella definizione dei fondi, sulla loro destinazione, sugli interventi da programmare, in riferimento alle spese ammissibili, ogni territorio ha le proprie peculiarità, ha le proprie esigenze e le proprie difficoltà. Certo, è fondamentale definire gli ambiti di azione, ma anche per capire le esigenze differenti che possono esserci sui territori, potrebbe essere utile lasciare una percentuale di fondi, diciamo impropriamente, “ libera”.

Questo potrà permettere di strutturare, tentare, provare, mettere in pratica e modificare, degli interventi anziché altri. Intervenire sulle singole situazioni con le dovute esigenze, non generalizzabili insieme alle macro aree già a monte definite.

I rapporti con I CPI non sono così fluidi, proprio perché abituati a lavorare in maniera differente, con obiettivi differenti e con modalità totalmente altre. Nei piccoli contesti, ci possiamo permettere il “ lusso” di interfacciarci costantemente con gli stessi per potere avere un rimando , ipotizzare insieme percorsi e valutare indirizzi nuovi, ma non è pensabile farlo o almeno farlo allo stesso modo nei grandi centri. Si rischia così l’invio da una parte all’altra delle persone, “ mio “  o  “ tuo”, facendo trascorrere i mesi senza attivare dei percorsi.

Dai PUC che stiamo oramai facendo da mesi, stiamo ottenendo un buon ritorno:

Chi lavorava in nero, è stato costretto a due soluzioni:

  1. farsi mettere in regola non potendo più espletare la progettazione in precedenza firmata , quindi presentazione della modulistica adeguata RDC COm esteso
  2. non riuscire ad espletare gli impegni presi rendendosi inadempiente e procedendo verso una decadenza del beneficio.

Se aumentiamo, miglioriamo, potenziamo i servizi, riusciremmo a stare maggiormente dietro a tutte le esigenze del territorio, fare emergere per gioco forza “ il lavoro nero” e invece offrire delle possibilità ai nostri soggetti fragili presenti sul territorio. Impegnare le persone sui PUC del loro territorio, li integra, li rende partecipi della vita comunitaria, ma dobbiamo innanzitutto crederci noi e sforzarci si supportare il terzo settore, l’associazionismo, aiutandoli nel pensiero dei percorsi da proporre e condividere.

Ulteriore obiettivo potrebbe essere migliorare la fruibilità delle informazioni tra i servizi.  I rapporti tra enti istituzionali differenti, risulta essere alquanto complesso. Mi riferisco al passaggio di informazioni tra Inps, Inail , Cpi ed i servizi territoriali. Per riuscire a sopperire ad esigenze di servizio, progettualità, rispondere ai bisogni con dei dati certi, necessiteremo di una rete di servizi informatici condivisi e costantemente aggiornati.  Questa è una riflessione, vorrei solo aggiungere cosa in più potremmo chiedere per migliorarci, per rendere questo caos maggiormente utile per il nostro lavoro. Abbiamo e ci sono delle potenzialità, ma bisogna strutturarci in maniera maggiormente efficiente. La programmazione , il pensiero sul cosa e come costruire sul territorio deve essere fatto in accordo con gli operatori che si interfacciano con le persone. Abbiamo e dobbiamo crearci dei momenti di incontro operativi per far sì che ci si supporti e si crei una rete anche tra chi lavora. Appositamente, per chi volesse, abbiamo al momento creato una pagina Facebook             “ Assistenti sociali e Reddito di cittadinanza” , proprio per fornirci le informazioni in tempo reale, sia normative che di supporto operativo tra chi è più a conoscenza e chi è alle prime armi di questo mondo, complesso, articolato ma utile e necessario per tutte le persone che si avvicinano al sussidio.

Buon lavoro a tutti e soprattutto Buona rete

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M.S. Emilia Romagna