Minori stranieri non accompagnati… Che abbiano qualcosa per cui sorridere

 

Provo a raccontare ciò che sta oltre la scrivania, dietro le porte dei nostri uffici, ciò che si muove, dalla pancia alla testa quando ti occupi di minori stranieri non accompagnati.

Sono spaventati, ti guardano non sapendo bene dove guardare. Ti presenti come un amico, come qualcuno che è lì per aiutarli ma loro non ti hanno scelto, non sanno chi sei e non sanno se possono fidarsi. Non so se qualcuno di questi ragazzi si sia mai potuto fidare davvero di qualcuno: senti che dentro di loro c’è una specie di allerta, una atavica capacità di mollare tutto all’improvviso, forse semplicemente uno dei più primordiali istinti umani e animali: la fuga.

Sai che in quel momento li hai lì di fronte, ci parli, li guardi negli occhi, cerchi anche di rassicurarli, ma se hai un po’ di esperienza sai che ci sono molte probabilità che non li rivedrai mai più.  Sai – ti aspetti – che potrebbe arrivarti la telefonata della comunità che ti dice che lui si è allontanato dalla struttura e non è più tornato.

E non sai se essere sollevata o preoccupata, probabilmente sei entrambe le cose. Quelli che restano, beh con loro è un’altra storia: nasce una amicizia.

Quando ho seguito le prime volte questi ragazzi ero alle prime armi, e sapevo che loro lo fiutavano: hanno 16, 17 anni, ma hanno dovuto imparare a capire al volo dove si trovano e chi hanno di fronte, sono ragazzi che non possono permettersi di sbagliare, di valutare male. Non so se sono stata rassicurante, non so se li ho portati a fidarsi di me:  con qualcuno forse sì, ci sono riuscita.

Anche se sai che poi faranno scelte che magari tu non comprenderai mai e ti auguri solo che stiano bene e abbiano qualcosa per cui sorridere. Quando fanno gli adolescenti in fondo sei sollevata. Davvero ogni tanto si concedono di avere 17 anni, di essere e di fare gli adolescenti come i loro coetanei italiani. E’ un piccolo dono, perché il loro pensiero fisso, da quando partono a quando decidono di fermarsi in un paese europeo, è trovare un posto dove stare, qualcuno che li accudisca per i primi tempi e ottenere un documento che gli consenta di restare dove sono senza rischiare di essere intercettati da qualche poliziotto ed essere portati chissà dove.

Devi essere dura con loro, anche se sai che già la vita lo è stata – e a volte ti sembra ingiusto, ti senti fuori posto. Ma sai che è l’unico modo per consentirgli di avere una vita vivibile qui in Italia o in qualsiasi altro posto decideranno di vivere. Hai poco tempo. Pochissimo.

Il problema con questi ragazzi è il tempo: lavori con una specie di ticchettìo costante, come se un enorme orologio fosse alle tue spalle finché lavori e ti ricordasse costantemente che tutto quello che puoi dare loro è fino ai 18 anni.

Poi chissà.

Niente permesso di soggiorno significa essere invisibili, tornare nel buio da cui sono venuti. Ok, il permesso lo hai ottenuto, hai portato a casa qualcosa.

Ma il lavoro? Come fanno a mantenersi da soli con un italiano stentato, nessun diploma scolastico e nessuna esperienza? E allora devi essere dura, farli rigare dritto se hanno la fortuna di trovare un tirocinio, di imparare un mestiere in tempi brevissimi.

Sono furbi, e lo devi mandare giù. Ti raccontano balle, e lo devi accettare.

Devi stare in equilibrio tra il tenere sempre presente chi sono e da dove vengono e il tenere d’occhio chi stanno diventando. Cerchi di fargli capire che a volte basta mettersi accanto alla persona sbagliata per rovinare tutto quello che hanno faticosamente costruito con te nei mesi o negli anni.

Li guardi negli occhi, li scruti per cercare di trovare un indizio, di capire in che direzione stanno guardando, sapendo che comunque quello che è giusto ai loro occhi facilmente non lo sarà ai tuoi.

Competenze interculturali. Empatia e non giudizio. Autodeterminazione della persona. Questo è quello che trovi scritto nei libri, quello che ti insegnano all’università. Parole sacrosante, principi cardine del lavoro sociale. La verità è che ti senti responsabile, che spesso sei il loro unico punto di riferimento e che non ti puoi permettere di sbagliare.

Gratitudine: a volte ti domandi come ti guardino, a volte ti stupiscono. Ricordo una volta che andai a prendere M. in comunità per andare assieme in Questura per il permesso di soggiorno: lo feci salire nella mia macchina, avvisandolo che non era particolarmente in ordine e pulita (e quando mai lo è?). “Scusa M., la macchina è un po’ sporca, dovrei farla lavare…”. “Te la pulisco io!” mi ha risposto – stava facendo tirocinio proprio in una autofficina. Ho sorriso. E mi sono domandata quanta voglia abbiano di resituire ciò che hanno ricevuto in Italia, perché, al di là di leggi incoerenti, disservizi e congiunture sfavorevoli, se capitano nelle mani delle persone giuste ricevono davvero tanto.

Mai abbastanza rispetto a quello di cui avrebbero bisogno, ma comunque tanto. Quanto permettiamo alle persone che aiutiamo di ringraziarci davvero, di ricambiare, restituire, anche solo simbolicamente?

Io per prima dico e mi dico: “E’ il mio lavoro” (sottintendendo quasi un distaccato “mi pagano per farlo”, “ho studiato per fare questo”), faccio riferimento alla normativa, alla tutela dei diritti umani, agli obblighi dello Stato italiano per cui lavoro. Ma sappiamo tutti, noi operatori del sociale, che quella è solo la cornice: l’immagine di fronte a cui fermarsi ad osservare, la sostanza, è un’altra.

S. G. Veneto


Le storie pubblicate sono testimonianze dirette o raccolte, di vicende personali e/o professionali degli assistenti sociali. Non hanno la pretesa di essere esempi universali, né di suggerire soluzioni, ma di raccontare, per chi scrive, cosa significhi questo lavoro. Nelle emergenze nazionali e mondiali e nella quotidianità che, per questa professione, è sempre emergenza.