Non un “brigante”, ma un italiano di cui andare fieri

Vorrei condividere un episodio che mi è capitato nei giorni scorsi e che mi ha dato una particolare emozione. Penso che possa illuminare, anche solo per un momento, il percorso professionale spesso faticoso di molti di noi.

Premetto che lavoro come assistente sociale da 22 anni, molti dei quali trascorsi nel servizio sociale di base di un piccolo comune del Veneto.

Nei giorni scorsi, un ragazzo che adesso ha 27 anni mi ha telefonato e mi ha detto queste parole:

“Ho pensato di chiamarla perché tra un po’ di giorni, mi daranno la cittadinanza italiana e ci tenevo ad invitarla e a ringraziarla per tutto quello che ha fatto per me quando ero piccolo e quando ero un ragazzo un po’ sballato. Da lei e dalle persone con cui mi ha messo in contatto, ho avuto molto di più che dalla mia famiglia e, se non l’avessi incontrata, sarei diventato di sicuro un brigante”.

Ora, questa parola “brigante,” non la sentivo da tempi così lontani e mi ha fatto sorridere e commuovere.

Questo ragazzo, di cui avevo perso le tracce, era arrivato dall’Africa Occidentale per un ricongiungimento familiare quando aveva circa 8 anni. Nel suo Paese, non era andato a scuola regolarmente e quindi faceva veramente fatica ad accettare le nuove regole che gli venivano imposte da noi. In classe era iperattivo, non stava fermo, saliva sui banchi, si distraeva, curioso di una nuova realtà.

In Africa aveva lasciato le sue radici, i suoi nonni. Qui doveva conoscere un padre con cui non aveva mai vissuto e adattarsi alle nuove regole della compagna che il genitore aveva trovato in Italia.

I rapporti tra padre e figlio, durante l’adolescenza sono stati tormentati. Ad un certo punto si è fatto “adottare” in modo improprio dalla famiglia di una giovane amica che per un periodo, dopo un litigio familiare, l’ha accolto in casa. Per la cultura di suo padre, questo è stato un affronto e quando la nuova famiglia ha capito quanto fosse difficile avere a che fare con un ragazzo che era stato cresciuto in modo diverso e che poteva avere gli sbalzi d’umore di un qualsiasi altro adolescente, non se l’è più sentita di tenerlo in casa.

E allora, lui si è sentito tradito per la seconda volta.

A quell’epoca, aveva appena compiuto 18 anni ed è tornato da me che lo conoscevo fin da bambino e che avevo provato a farlo supportare dai servizi per i minori.

Allora ci siamo letteralmente inventati una convivenza di auto-aiuto tra lui e un anziano sfrattato che avevamo sistemato nei locali di una casa del demanio.

Il sindaco era stato molto cauto su questa soluzione, ma il padre biologico non lo voleva più e lui non poteva mantenersi da solo.

E così è cominciato il rapporto di amicizia tra il ragazzo africano e un anziano con molti problemi del nostro piccolo comune.

Due fragilità che, per un tratto di vita, si sono aiutate e ritrovate.

L’ anziano poi è peggiorato ed è stato accolto in residenza protetta, il ragazzo ha iniziato a camminare da solo. Ora ha una casa e un lavoro e non dimentica chi gli ha teso una mano.

Io, l’educatrice che l’ha seguito da bambino, la famiglia vicina di casa che gli ha dato sostegno e insieme a lui ha chiesto aiuto ai servizi, siamo molto fieri dell’adulto che è diventato.

Ci ha chiamati tutti per quando gli verrà data la cittadinanza e dice che siamo la famiglia che non ha mai avuto.

Mi scuso se questo racconto ha delle imprecisioni nella forma, l’ho scritto, di getto, alla fine di una giornata di lavoro. Forse potrà aiutare a dare un’idea nuova della figura dell’assistente sociale.

N.S.


*Le storie pubblicate sono testimonianze dirette o raccolte, di vicende personali e/o professionali degli assistenti sociali. Non hanno la pretesa di essere esempi universali, né di suggerire soluzioni, ma di raccontare, per chi scrive, cosa significhi questo lavoro.