“Non siamo riusciti a liberarlo dalla rassicurante cella”

Lavoro in un Serd. Qualche tempo fa ho ricevuto una telefonata a casa. Ormai gli operatori di comunità con cui lavoro hanno il mio numero di cellulare personale e mi chiamano quando vogliono. Io rispondo sempre, perché se mi chiamano di solito c’è sempre un problema da risolvere.

E infatti mi chiamvano perché era è evaso un paziente che era entrato in comunità in misura alternativa alla detenzione, inviato da noi su sua richiesta e concessione del Magistrato di Sorveglianza. Un miracolo? No, dopo nove anni di carcere e a quasi un anno e mezzo dal fine pena, dopo un percorso in cella ineccepibile se si pensa che prima di arrivare da noi il paziente lavorava in cucina, dove ci sono i coltelli. Affidabile, quindi…

Neanche un mese è riuscito a reggere! Nonostante al suo ingresso abbia trascorso il tempo in quarantena, da solo lontano dagli altri residenti a causa del Covid-19.

Finché è stato in quarantena, tutto ok! In fondo era come stare in prigione: niente contatti con gli altri, uno spazio di ambientamento soft, l’entrata in un mondo fuori da un altro mondo, con tempi e ritmi rallentati e quasi uguali ai tempi del carcere dove regna sovrana l’abitudine e la monotonia.

Qualche giorno fa l’operatrice mi aveva chiamato allarmata dicendo che c’erano problemi, che addirittura il paziente esprimeva la richiesta di voler tornare in carcere perché non ce la faceva a stare lì. Non è la prima volta che succede, anche se per chi non è del mio mondo può sembrare assurdo che pazienti che insistono per mesi, per anni a voler lasciare la cella, poi quando riescono ad entrare in comunità, decidono poi di voler tornare in carcere!

A chi pensa che il mio lavoro consista nel far “uscire i delinquenti”, spiego che invece cerco di curare le persone malate, quelle che abituate a non essere trattate, quando arrivano in comunità, dove ci si occupa di loro, scappano!

Avevo parlato con questo paziente al telefono da qualche giorno: cercavo di comprendere cosa stesse succedendo e cercavo di convincerlo che entrare in comunità era stato quello che lui aveva chiesto e quello che avevamo costruito insieme in un anno di lavoro.
Ho cercato di condividere con lui lo shock – incomprensibile agli operatori di comunità terapeutiche, a meno che non abbiano respirato l’odore del carcere – di stare all’aria aperta, in una stanza senza sbarre, con l’orizzonte e l’odore della natura e del sole nel naso. Lo shock, la paura di stare in mezzo agli altri e di poter scegliere se camminare all’aria aperta o rimanere su un divano.

Sembra paradossale eh? Ma la vita non è di suo paradossale?

Siamo nati liberi e siamo sempre tutti liberi, eppure anche le persone ” normali” vivono in una cella, dove la convenzione sociale e i pregiudizi/ giudizi rappresentano le sbarre alle nostre celle/gabbie dorate….

Nei giorni seguenti la situazione è sembrata migliorare: il tampone negativo avrebbe permesso il passaggio “in casa” con gli altri pazienti e finalmente l’inizio di questa avventura nuova chiamata “percorso terapeutico”.

Non ce l’ha fatta purtroppo, la sera prima di questo nuovo inizio, è scappato dalla comunità e l’esito sarà un inevitabile rientro in carcere fino a fine pena. Quando uscirà ho paura che ricadrà immediatamente nell’uso di cocaina.
Mi dispiace per il mio paziente che ormai è già di nuovo in una cella.

Mi dispiace per come è andata, ma lo comprendo e non lo giudico. Non ce l’ho fatta, non ce l’abbiamo fatta a farlo uscire dalla rassicurante cella.

I. C. Roma
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Le storie pubblicate sono testimonianze dirette o raccolte, di vicende personali e/o professionali degli assistenti sociali. Non hanno la pretesa di essere esempi universali, né di suggerire soluzioni, ma di raccontare, per chi scrive, cosa significhi questo lavoro. Nelle emergenze nazionali e mondiali e nella quotidianità che, per questa professione, è sempre emergenza.