“Non mi abituerò mai alla sofferenza, c’è bisogno di umanità e vicinanza”

Sono Francesca ho 31 anni, esercito da quasi 4 la professione di assistente sociale che stimo aldilà del fatto che ho scelto di svolgerla.

Sì l’ho scelta e l’ho sentita mia, e non quando ho deciso di iscrivermi nel 2009 alla facoltà di servizio sociale di Verona, ma qualche anno dopo.

Dentro di me ho sempre sentito fin da piccola una spinta primordiale di salvezza, verso l’altro e verso il mondo. Ho sempre sognato di poter aiutare gli altri, di arricchirmi delle storie altrui. Mi affascinano le storie personali, le biografie della gente. Poi mi soffermo a pensare la mia storia di vita familiare, personale e professionale… E capisco che è tutto collegato e che non è un caso che io sia un assistente sociale, alcune esperienze di vita personale sono fondamentali per la scelta di una professione.

 

Comunque ho maturato la consapevolezza di essere assistente sociale quando alla fine della laurea magistrale avevo svolto un’esperienza in una comunità alloggio per persone con disabilità. È stata la svolta, lì avevo percepito di avere una caratteristica che talvolta è scomoda perché dicono che vada gestita: EMPATIA. Molto forte in me era il coinvolgimento emotivo nei confronti di questi ragazzi stupendi che tuttora porto nel mio cuore. Mi ero lasciata travolgere completamente da loro, vivevo emozioni bellissime con loro, facevo la volontaria. Ogni giorno passato insieme a loro mi avvicinavo a scoprire un lato di me molto profondo, la mia sensibilità spiccata verso l’essere umano. È una parte di me che ho sperimentato al 100% in quella meravigliosa esperienza, l’ho messa alla prova e ho capito in quel periodo che è una parte che non va gestita: essere sensibili è un dono, va solo accettato!

 

Così dopo quella esperienza ho cercato e trovato lavoro come assistente sociale prima per un progetto INPS, poi all’interno di un Comune. Oggi lavoro per l’area anziani di un comune medio-grande in provincia di Verona.

In questi 4 anni ho imparato moltissimo dagli anziani a livello umano, la parte professionale continua a crescere e mi appassiona tanto.

L’empatia e la sensibilità non sono mai abbastanza, non vanno calibrate, non vanno smorzate e non possono essere nascoste. Le emozioni nel nostro lavoro vanno riconosciute e valorizzate. Non sono molto d’accordo con chi pensa che bisogna cercare il distacco dagli utenti, o che con il tempo ci si abitua ad essere meno emotivi con gli utenti…

 

Il nostro lavoro si basa sulle relazioni umane, studiamo per anni la gestione dei colloqui, le tecniche per essere assertivi, perché? Il motivo è che le relazioni sociali e la comunicazione sono i fondamenti della nostra quotidianità. E nelle relazioni umane ci si mette in discussione sempre, in qualsiasi tipologia di rapporto.

 

Per cui spero di non abituarmi mai alla sofferenza delle persone, ai lutti degli anziani che seguo, spero che la mia empatia sia sempre molto forte con le famiglie.

 

Le famiglie oggi più che mai hanno bisogno di umanità e vicinanza, noi assistenti sociali abbiamo bisogno di esprimere le nostre competenze tra cui quella di essere in relazione con l’altro per porgere la mano e aiutarlo a rialzarsi.

 

F. A. S. Veneto


Le storie pubblicate sono testimonianze dirette o raccolte, di vicende personali e/o professionali degli assistenti sociali. Non hanno la pretesa di essere esempi universali, né di suggerire soluzioni, ma di raccontare, per chi scrive, cosa significhi questo lavoro. Nelle emergenze nazionali e mondiali e nella quotidianità che, per questa professione, è sempre emergenza.